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Bibbia

"La Bibbia, l'intera Bibbia e nient'altro che la Bibbia è la religione della chiesa di Cristo".
C. H. Spurgeon

1 Tessalonicesi 5:18: La gratitudine a Dio è la Sua volontà

 1 Tessalonicesi 5:18: La gratitudine a Dio è la Sua volontà
Abbiamo visto nella predicazione precedente che rendere grazie a Dio in ogni circostanza è possibile.
Oltre che essere un comandamento, abbiamo anche visto che fa bene alla nostra vita.

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest'anno, molti di noi sono naturalmente portati a fare dei bilanci. 

Guardiamo indietro ai mesi trascorsi, alle sfide affrontate, alle gioie vissute, e forse anche alle delusioni incontrate. 

In questo momento di riflessione, 1 Tessalonicesi 5:18 ci offre una prospettiva preziosa sulla volontà di Dio per la nostra vita che è quella della gratitudine a Dio.

Questa parola ci ricorda che la gratitudine non è semplicemente una risposta emotiva alle circostanze favorevoli, ma è profondamente radicata nella volontà di Dio per noi in Cristo Gesù. 

Mentre ci prepariamo a entrare in un nuovo anno, comprendere questa verità può trasformare non solo il modo in cui guardiamo al passato, cioè con gratitudine, ma anche come ci apprestiamo ad affrontare il futuro, sempre con gratitudine a Dio. 

In primo luogo, vediamo:

1 Tessalonicesi 5:18: La gratitudine a Dio in ogni circostanza è possibile

 1 Tessalonicesi 5:18: La gratitudine a Dio in ogni circostanza è possibile
Spesso attraversiamo ondate di sensazioni di lontananza da Dio soprattutto quando le circostanze sono brutte e siamo sotto i tormenti dello scoraggiamento.
Sembrerà strano, ma la migliore cura è entrare alla presenza di Dio ringraziandolo come ha fatto Chester Allen Bitterman.
Chester Allen Bitterman aveva un figlio Chet Bitterman, un missionario della Wycliffe - missione che si occupa di traduzioni della Bibbia - che fu rapito e poi ucciso da guerriglieri rivoluzionari in Colombia il 19 gennaio 1981. 
Suo padre, Chester Allen Bitterman, lottò contro la sua fede, reagendo con rabbia e disperazione intense anche contro Dio, quando seppe del rapimento del figlio, immaginando violenti tentativi di salvataggio per strapparlo dai rapitori. 
In mezzo al suo tumulto interiore, il versetto della Bibbia che gli risuonava in mente, era proprio 1 Tessalonicesi 5:18.
Come poteva ringraziare Dio pensando al figlio rapito!?
Il versetto suonava come una sciocchezza per Bitterman. "Paolo non ha mai avuto un figlio in ostaggio, è assurdo rendere grazie in un momento come questo", disse fra se.
Ma il versetto gli tornò ancora in mente: “In ogni cosa rendete grazie”. ... E poi ancora. E ancora. Bitterman lottò contro quel versetto con tutte le sue forze, argomentando e resistendo. Ma non riuscì a evitarlo: “... perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù per voi”.
Alla fine, cadde in ginocchio e iniziò a singhiozzare, sentendo nel suo cuore che non avrebbe mai più rivisto suo figlio Chet. Le ore passarono. 
Pregò, meditò e pianse, e lentamente, molto lentamente, il suo cuore cambiò. Cominciò a percepire benedizioni non riconosciute, cominciò “a stringere una mano divina”, cominciò a sperimentare il potere della preghiera e di quel versetto.
Quella notte un padre angosciato sentì il cuore del Padre.
Questo esempio, ci fa capire che ringraziare Dio in ogni circostanza è possibile!
Questo è il tema della predicazione di oggi, concentrandoci sul fatto che è un’esortazione.
Consideriamo allora:

La lode profetica di Zaccaria Luca 1:77-79 (2)

 La lode profetica di Zaccaria Luca 1:77-79 (2)
Vi siete mai sentiti completamente soli, avvolti da un'oscurità che sembrava non finire mai?
Se non ti è mai capitato, immagina di essere immerso in un buio totale, così denso che puoi quasi toccarlo.
Un'oscurità che non è solo assenza di luce, ma un peso che schiaccia l'anima, un vuoto che grida disperazione.
Poi, improvvisamente, un bagliore. Non un lampo che acceca e sparisce, ma una luce gentile e persistente che inizia a sciogliere le tenebre, a dissipare le ombre, a riempire gli spazi più bui della tua esistenza.
 
Questa è l'essenza del messaggio di Zaccaria, un messaggio di speranza.
È la storia di come Dio, nella Sua infinita misericordia, non ci ha abbandonato nell'oscurità del peccato e dell’ombra della morte, ma ha mandato Gesù Cristo, la luce del mondo per guidarci verso la pace.
Una luce che non solo illumina, ma che trasforma.
Una luce che non danneggia, ma risana.
Una luce che non condanna, ma redime.
 
Stiamo ancora meditando sulla lode profetica di Zaccaria.
Zaccaria dai vv.76-79 si concentra profeticamente sulla missione del figlio Giovanni.
L’ultima volta abbiamo visto che Giovanni Battista sarà chiamato profeta dell’Altissimo perché andrà davanti a Lui per preparare le Sue vie.
Dai vv.77-79 vediamo altri tre scopi della missione di Giovanni

Luca 1:77-79: La lode profetica di Zaccaria (5)

 Luca 1:77-79: La lode profetica di Zaccaria (5)
Vi siete mai sentiti completamente soli, avvolti da un'oscurità che sembrava non finire mai?
Se non ti è mai capitato, immagina di essere immerso in un buio totale, così denso che puoi quasi toccarlo. 
Un'oscurità che non è solo assenza di luce, ma un peso che schiaccia l'anima, un vuoto che grida disperazione. 
Poi, improvvisamente, un bagliore. Non un lampo che acceca e sparisce, ma una luce gentile e persistente che inizia a sciogliere le tenebre, a dissipare le ombre, a riempire gli spazi più bui della tua esistenza.
Questa è l'essenza del messaggio di Zaccaria, un messaggio di speranza. 
È la storia di come Dio, nella Sua infinita misericordia, non ci ha abbandonato nell'oscurità del peccato e dell’ombra della morte, ma ha mandato Gesù Cristo, la luce del mondo per guidarci verso la pace. 
Una luce che non solo illumina, ma che trasforma. 
Una luce che non danneggia, ma risana. 
Una luce che non condanna, ma redime.
Stiamo ancora meditando sulla lode profetica di Zaccaria.
Zaccaria dai vv.76-79 si concentra profeticamente sulla missione del figlio Giovanni.
L’ultima volta abbiamo visto che Giovanni Battista sarà chiamato profeta dell’Altissimo perché andrà davanti a Lui per preparare le Sue vie.
Dai vv.77-79 vediamo altri tre scopi della missione di Giovanni
Cominciamo a vedere il primo scopo:

Galati 4:4: La puntualità di Dio!

 Galati 4:4: La puntualità di Dio!
“Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio”.

Immagina di ricevere un regalo prezioso, ma di fermarti solo alla carta lucida che lo avvolge, senza mai aprirlo. 

Questo è quello che facciamo spesso con il Natale, ci fermiamo all'involucro, agli aspetti esteriori, che sono i regali, le luminarie, i cenoni e i pranzi, senza mai scoprire, senza mai andare a vedere, o cercare di capire il vero significato del Natale che riguarda la Sua nascita, il fatto più importante per la storia dell’umanità.

Spurgeon disse: "Cristo è il grande fatto centrale della storia del mondo. A Lui tutto guarda in avanti o indietro. Tutte le linee della storia convergono su di Lui. Tutti i grandi propositi di Dio culminano in Lui. Il fatto più grande ed epocale che la storia del mondo registra è la sua nascita". 

Oggi non parleremo del Natale come una festa tradizionale, ma come un evento rivoluzionario che ha cambiato la storia e può cambiare la tua vita. 

Andremo oltre le consuete narrazioni natalizie per scoprire tre verità profonde che Dio vuole comunicarci attraverso la nascita di Gesù.

Cominciamo con la prima verità:

La lode profetica di Zaccaria (Luca 1:76). (1)

 La lode profetica di Zaccaria. (Luca 1:76). (1) 
Immagina un bambino di pochi giorni, appena nato, a cui viene profetizzato un futuro straordinario; un futuro che non ha scelto, ma che gli è stato donato. Questa è la storia di Giovanni Battista, un bambino destinato a grandi cose.
Siamo ancora al capitolo 1 di Luca, stiamo meditando sulla reazione del sacerdote Zaccaria che nel periodo della circoncisione del figlio, esplode in una lode profetica, dopo che aveva recuperato la voce.
Zaccaria esplode in questa lode profetica non solo perché il figlio Giovanni sarà uno strumento del Signore, ma soprattutto perché non c'era stato nessun profeta tra gli Ebrei per quattrocento anni!
Dopo secoli di silenzio, Dio scelse un momento speciale nella storia per agire per il Suo popolo nel perdono e nella salvezza. 
Lo fece portando al mondo due bambini speciali, uno dal grembo di una donna anziana e sterile, l'altro da una giovane adolescente vergine che celebrava il suo fidanzamento e si avvicinava al matrimonio. 
Questo è il Dio che serviamo, un Dio che sceglie il Suo tempo per benedire il Suo popolo in modi che non potremmo mai aspettarci.
Nelle tre precedenti predicazioni, abbiamo visto i vv.68-75, oggi mediteremo una parte del v.76, considerando la missione del figlio di Zaccaria, Giovanni.
Prima di tutto consideriamo:

Luca 1:76: La lode profetica di Zaccaria (4)

 Luca 1:76: La lode profetica di Zaccaria (4) 
Immagina un bambino di pochi giorni, appena nato, a cui viene profetizzato un futuro straordinario; un futuro che non ha scelto, ma che gli è stato donato. Questa è la storia di Giovanni Battista, un bambino destinato a grandi cose.

Siamo ancora al capitolo 1 di Luca, stiamo meditando sulla reazione del sacerdote Zaccaria che nel periodo della circoncisione del figlio, esplode in una lode profetica, dopo che aveva recuperato la voce.

Zaccaria esplode in questa lode profetica non solo perché il figlio Giovanni sarà uno strumento del Signore, ma soprattutto perché non c'era stato nessun profeta tra gli Ebrei per quattrocento anni!

Dopo secoli di silenzio, Dio scelse un momento speciale nella storia per agire per il Suo popolo nel perdono e nella salvezza. 
Lo fece portando al mondo due bambini speciali, uno dal grembo di una donna anziana e sterile, l'altro da una giovane adolescente vergine che celebrava il suo fidanzamento e si avvicinava al matrimonio. 

Questo è il Dio che serviamo, un Dio che sceglie il Suo tempo per benedire il Suo popolo in modi che non potremmo mai aspettarci.

Nelle tre precedenti predicazioni, abbiamo visto i vv.68-75, oggi mediteremo una parte del v.76, considerando la missione del figlio di Zaccaria, Giovanni.

Prima di tutto consideriamo:

Luca 1:74-75: La lode profetica di Zaccaria (3)

 Luca1:74-75: La lode profetica di Zaccaria (3)
Questa è la terza predicazione sulla lode profetica del sacerdote Zaccaria.
Nelle predicazioni precedenti abbiamo visto che Zaccaria benedice il Signore perché ha riscattato il Suo popolo, e ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide Suo servo secondo le profezie dell’Antico Testamento (Luca 1:67-71). 

Nella seconda predicazione (Luca 1:72-74) ci siamo concentrati sulla misericordia, fedeltà e grazia del Signore, e sul fatto che salva perché possiamo servirlo. 

Zaccaria ci offre una prospettiva profonda e trasformativa sul significato della vera consacrazione al Signore.
Attraverso le sue parole in Luca 1:74-75, scopriamo che la salvezza non è un punto di arrivo, ma l'inizio di un viaggio di totale dedizione al Signore. 

Non si tratta semplicemente di un atto religioso occasionale, ma di un impegno radicale che abbraccia ogni momento della nostra esistenza.

La chiamata di Dio non è un invito parziale, o momentaneo, ma una trasformazione integrale: da una vita centrata su noi stessi a un'esistenza interamente dedicata al servizio divino. 

Oggi, rifletteremo su cosa significa veramente essere consacrati considerando che siamo chiamati a servire Dio senza paura, in santità e giustizia, tutti i giorni della nostra vita.

Luca 1:72-74: La lode profetica di Zaccaria (2)

 Luca 1:72-74: La lode profetica di Zaccaria (2)
Ti sei mai chiesto perché il Signore ti ha salvato? 
Spesso pensiamo alla salvezza principalmente come una liberazione dal peccato, dalla condanna di Dio, dalla morte eterna. 
Questo è vero, ma è solo metà della storia. 
Nel testo di oggi, Zaccaria ci mostra che il Signore ci salva per uno scopo preciso: per servirlo.
Nel suo cantico di lode, Zaccaria pieno di Spirito Santo, celebra non solo la fedeltà di Dio nel mantenere le Sue promesse fatte ad Abraamo, ma anche il duplice aspetto della salvezza per la Sua misericordia: liberazione e servizio. 
È come ricevere non solo la libertà da una prigione, ma anche una chiamata a una nuova missione dopo essere usciti dalla prigione.
Nella precedente predicazione dei vv.67-71, abbiamo visto la benedizione del sacerdote Zaccaria, che pieno di Spirito Santo, loda il Signore per la salvezza e il Salvatore, ne abbiamo visto le caratteristiche.
In questa seconda parte della lode profetica di Zaccaria vediamo il carattere del Signore e la Sua concessione.
Cominciamo col vedere:

Luca 1:67-71: La lode profetica di Zaccaria (1)

Luca 1:67-71: La lode profetica di Zaccaria (1)
Vi siete mai sentiti così sopraffatti dalla gioia che le parole non bastavano a descriverla? 
È accaduto a Zaccaria, quando improvvisamente pieno dello Spirito Santo scoppia in un canto gioioso di lode. 
Luca dopo aver parlato della nascita di Giovanni Battista, ora riporta la reazione del padre Zaccaria, ovvero la lode, o com’è stato chiamato: “Il cantico di Zaccaria”, o “Il Benedictus”, chiamato così perché deriva dalla prima parola di questo cantico nella versione latina.
Zaccaria era un sacerdote ed era sposato con Elisabetta, una donna sterile. 
Entrambi erano anziani quando un angelo del Signore apparve a Zaccaria nel tempio, annunciandogli la nascita di un figlio, Giovanni Battista, che sarebbe stato un profeta e precursore del Messia.
A causa della sua incredulità - non credeva che potessero avere un figlio visto la loro tarda età - Zaccaria rimase muto fino alla nascita di Giovanni. 
Quando il bambino fu circonciso, Zaccaria riacquistò la parola e pronunciò un canto di lode a Dio (Luca 1:67-79).
Oggi vediamo i vv.67-71 di questa lode.

Galati 3:13: La sostituzione della salvezza in Cristo

 Galati 3:13: La sostituzione della salvezza in Cristo
John Stott disse: “La croce non è un compromesso tra Dio e il diavolo, ma il trionfo di Dio sulla maledizione della legge".

La croce non rappresenta un accordo tra Dio e il male, come se ci fosse stata una sorta di trattativa; ci fa anche capire che Dio non ha fatto concessioni al peccato, ma lo ha condannato nella persona di Gesù Cristo.

Allora la croce non è un fallimento di Dio, ma la massima espressione del Suo amore, giustizia e santità.
È attraverso la croce che siamo liberati dalla schiavitù del peccato e dalla condanna della legge grazie a Gesù Cristo.

Questa è la terza predicazione da questo versetto.

Nelle precedenti predicazioni abbiamo visto la salvezza in Cristo considerando in modo particolare il significato di “Cristo” e di “riscattati”; poi nella seconda predicazione abbiamo visto la specificazione della salvezza concentrandoci sulla maledizione della legge, cioè Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge.

Oggi vedremo la sostituzione della salvezza considerando la punizione, la propiziazione e il posto della salvezza.

Iniziamo con:

Galati 3:13: La specificazione della salvezza in Cristo

Galati 3:13: La specificazione della salvezza in Cristo
Dopo che Harriet Tubman fuggì dalla schiavitù nel 1849, si impegnò immediatamente nel movimento abolizionista, organizzando incontri e parlando contro la schiavitù. 
Ma non era abbastanza; tornò al Sud per aiutare altri schiavi a trovare la libertà. 
Se fosse stata catturata, sarebbe stata ricacciata in schiavitù, o uccisa come esempio per altri fuggitivi. 
Tubman tornò al Sud diciannove volte per salvare circa trecento compagni schiavi nonostante i rischi che correva da parte dei cacciatori di schiavi.
In Galati 3:13 però, non si tratta di una libertà dalle altre persone bensì dalla maledizione della legge di Dio!
Nella precedente predicazione abbiamo visto la salvezza in Cristo, parlando della persona e del prezzo della salvezza, oggi vediamo la specificazione della salvezza, cioè da che cosa Cristo ci libera: dalla maledizione della legge.
Ora dobbiamo chiarire un punto come ha detto qualcuno: "Cristo ha redento dalla maledizione della legge non abolendo la legge, ma diventando una maledizione per noi".
Paolo non sta parlando che non siamo più obbligati a osservare la legge morale di Dio, i dieci comandamenti, ma dalla maledizione della legge, che è la conseguenza che non siamo in grado di osservarla costantemente e perfettamente.
Anche se l’osservanza della legge morale di Dio (i dieci comandamenti) non ci salva, rimane comunque uno standard che regola il nostro comportamento informandoci della volontà di Dio e del nostro dovere verso di Lui.
I dieci comandamenti ci mostrano il giusto modo di vivere, perché si basano sulla santità e giustizia di Dio, esprimono la volontà di Dio per la nostra vita!  
Gesù non è venuto ad annullare in nessun modo la legge, anzi rafforza notevolmente il nostro obbligo di osservarla  (cfr. per esempio Matteo 5:17,27-28) facendoci capire come dirà poi Paolo, che: “… La legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono” (Romani 7:12).
Non siamo salvati per la legge dice Paolo, ma per fede, poi dice in Romani 3:31: "Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge". 

Galati 3:13: La salvezza in Cristo

 Galati 3:13: La salvezza in Cristo
Questo testo ci dà alcune verità evangeliche molto basilari.
Paolo, l'autore della lettera ai Galati, si trovava in una situazione complessa. 
Le chiese in Galazia stavano subendo pressioni da alcuni insegnanti che sostenevano che la salvezza si ottenesse non solo attraverso la fede in Cristo, ma anche osservando la legge Ebraica. 

Paolo smentisce questo falso insegnamento dicendo che tramite la legge c’è la condanna, la maledizione di Dio piuttosto che la salvezza e questo perché non siamo in grado di mettere in pratica la legge di Dio (Galati 3:10,12; cfr. per esempio Romani 3:19-20), e poi dice che siamo giustificati, cioè dichiarati giusti davanti a Dio per fede (Galati 3:11; cfr. per esempio Galati 2:16; 3:24), quindi per la sola grazia di Dio e non per opere (cfr. per esempio Romani 3:23-24; 11:5-6; Efesini 2:8-9).

Ma attenzione come dice Ralph P. Martin: “Non che la fede in sé salvi; piuttosto la fede è l'atteggiamento umano di essere ricettivo che accetta ciò che Dio nella sua grazia ci offre”. 

La fede è un dono di Dio! (cfr. per esempio Atti 18:27; Filippesi 1:29).

Paolo, dimostra che la religione legalistica, lungi dall'essere un extra richiesto da Dio, piuttosto è sottoposta al giudizio di Dio stesso!

L'unica eccezione a questo verdetto di condanna sarebbe trovare un uomo che osservasse perfettamente la legge, ma questa possibilità è esclusa dalla realtà della natura umana.

Solo Cristo ci riscatta dalla maledizione della legge di Dio!

Oggi mediteremo solo su: “Cristo ci ha riscattati.

Prima di tutto vediamo:

Salmo 74:21-22: La natura della supplicazione di Asaf (2)

 Salmo 74:21-22: La natura della supplicazione di Asaf (2)
La storia raccontata in questo salmo di lamento, la possiamo dire in un modo poetico.
Il cielo, una tela di nero inchiostro, era squarciato da strisce frastagliate di lampi. Il tuono rimbombò, un rombo assordante che scosse le fondamenta della terra. La pioggia scrosciava a torrenti, ogni goccia era un piccolo proiettile ghiacciato che si abbatteva sui vetri delle finestre. 
Il vento ululava, una sinfonia luttuosa che portava con sé l'odore del sale e della decadenza. 
Israele era un mare tempestoso in un fragile vascello, sballottato dall'implacabile tempesta.
Ma cosa fa Asaf in questo momento di profonda angoscia? Asaf alza gli occhi al cielo e rivolge a Dio una supplica urgente e appassionata, ma piena di fede.
Sebbene il salmo sia ambientato in un contesto storico specifico, i sentimenti di paura, angoscia e speranza espressi da Asaf sono universali. 
La tempesta che si era abbattuta su Israele è un'allegoria delle tempeste che ciascuno di noi affronta nella vita.
Questa è la seconda parte della natura della supplicazione del salmista Asaf a Dio.
Nella prima parte (vv.18-20,23), abbiamo visto che Asaf esorta Dio a ricordare gli oltraggi del nemico fatti proprio a Dio e a rispettare il patto che Dio aveva fatto a Israele, quindi a ricordare le Sue promesse.
In questa predicazione vediamo che Asaf supplica Dio di salvare e di operare in favore del Suo popolo.
Cominciamo con la supplicazione di:
I SALVARE (v.21) 
Il popolo di Israele, oppresso e sofferente, può essere paragonato a una nave in balia di una tempesta furiosa. 
Proprio come una nave ha bisogno di un timoniere esperto per guidarla in salvo, così gli oppressi hanno bisogno della guida e della protezione di Dio per superare le loro grandi difficoltà.
Come abbiamo già visto nel v.19, il salmista supplica il Signore di non abbandonare Israele ai nemici, quindi di salvarlo, ed è quello che leggiamo anche 
nel v.21: “L'oppresso non se ne torni confuso; fa' che il misero e il povero lodino il tuo nome”.
Questa è una richiesta di intervento divino a favore dei più deboli e dei bisognosi. 

Salmo 74:18-20,23: La natura della supplicazione di Asaf (1)

 Salmo 74:18-20,23: La natura della supplicazione di Asaf (1)
In questi versetti vediamo che il salmista Asaf supplica Dio.
Questa sua supplicazione è caratterizzata da un profondo senso di urgenza, da una fiducia incrollabile nelle promesse divine e da una richiesta dell’intervento di Dio in favore del Suo popolo e ripristini la Sua giustizia.
Steven J. Lawson scrive: “Poche prove nella vita sono più strazianti che subire sconfitte mentre si serve Dio. Quando l'opera di Dio incontra battute d'arresto, il suo popolo si tormenta per queste perdite e desidera ardentemente che l'opera del regno di Dio venga ristabilita. E finché il regno di Dio non prospererà di nuovo, l'angoscia riempie i cuori dei suoi servitori. In questi tempi di devastazione, devono invocare Dio per sollievo e restaurazione. Questo è il fulcro del Salmo 74, un canto di lamento che esprime l'agonia del popolo di Dio devastato. I nemici di Israele avevano distrutto il tempio (2 Re 25), ma ancora peggio sembrava che Dio si fosse dimenticato di loro”.
Il salmista in questi versetti presenta una richiesta esplicita a Dio, gli chiede di intervenire e di liberare il Suo popolo. 
È un appello urgente e appassionato, basato sulla fiducia nelle promesse divine.
Dopo aver descritto con perplessità il problema della devastazione su Gerusalemme da parte dei nemici Babilonesi, Asaf poi si è concentrato su Dio, ora lo supplica ricordandogli che il nemico ha oltraggiato Lui e il Suo popolo, gli chiede di salvarlo, di agire in suo favore; quindi, lo richiama a essere fedele al patto.
Nella natura della supplicazione viene chiesto a Dio pima di tutto di:

Salmo 74:13-17: Il contenuto della lode a Dio

 Salmo 74:13-17: Il contenuto della lode a Dio
Immagina di camminare in un tunnel buio, sentendoti perso e impaurito. 
È così che si sentiva Asaf mentre affrontava l'oppressione dei Babilonesi. 
Ma proprio come la luce alla fine del tunnel illumina il cammino, ricordare la potenza di Dio illumina la nostra vita donandoci nuova e fresca speranza. 
Quando ricordiamo gli interventi storici della potenza di Dio, come la divisione del Mar Rosso, o la creazione dell'universo, come fece Asaf in questo salmo, ci viene ricordato che Lui è più grande delle nostre lotte, delle nostre sfide, dei nostri problemi e dei nostri nemici!
Asaf ci insegna che una persona, o un popolo oppresso (la Giudea lo era dai Babilonesi) che soffre quando tutto sembra perduto, quando la speranza sembra svanire e il futuro appare oscuro e incerto, di rivolgere lo sguardo al passato, ricordando le grandi opere di Dio.
Dovremmo ricordare sempre chi è Dio e cosa ha fatto nella storia biblica, ma anche nella nostra vita per rafforzare la nostra fede oggi, consentendo alla luce della speranza che proviene da Dio, di brillare attraverso l'oscurità delle circostanze che stiamo affrontando.
“Ricordare com'è Dio, quali promesse ha fatto e come ha redento il suo popolo in passato è la nostra principale fonte di speranza in un mondo oscuro e pericoloso” (Richard D. Phillips).
La consapevolezza di Dio sarà il nutrimento della nostra fede, la preparazione quando ci saranno momenti difficili, quando saremo in un momento critico saremo forti, per grazia di Dio, a resistere al “leviatano” dell’attacco di Satana, o a mettere ordine nella nostra vita se è nel caos!
Asaf ci invita a ripercorrere la storia della salvezza, a ricordare la potenza di Dio e a trovare in essa la speranza e la forza per affrontare le nostre sfide.
Come diceva Donald Grey Barnhouse: “Non dovremmo mai stancarci di pensare alla potenza di Dio”.
Questo è quello che ha fatto Asaf! E che dovremmo fare anche noi oggi per rafforzare la nostra fede e rinnovare la speranza.
Prima di tutto vediamo: 

Salmo 74:12: Il contrasto tra la circostanza e Dio

 Salmo 74:12: Il contrasto tra la circostanza e Dio
Immaginatevi di svegliarvi un giorno e scoprire che tutto ciò che avete amato è stato distrutto.
La vostra casa, il luogo dove avete trascorso momenti felici con la vostra famiglia, è in rovine. 
La vostra comunità (amici, parenti, conoscenti), unita e forte, è stata dispersa.
Questo è ciò che hanno provato i Giudei quando Gerusalemme fu saccheggiata dai Babilonesi.
Ma in mezzo a quella desolazione, il salmista Asaf ha trovato una speranza inaspettata; ha ricordato chi era Dio e cosa aveva fatto per il suo popolo in passato.
Il modo migliore per affrontare la sofferenza con tutte le nostre perplessità è quello di concentrarci su chi è Dio e sulle Sue azioni storiche.
Questo è il messaggio che troviamo nel salmo 74, dove il salmista Asaf, dopo aver descritto la devastazione di Gerusalemme, si concentra sulla maestà e il potere di Dio.
Il salmista passa a ricordare le grandi opere che Dio ha compiuto in passato, quasi a voler rinfrescare la sua memoria e a sottolineare il contrasto tra la gloria passata e la situazione attuale di miseria che il popolo stava vivendo. 
Ricordando le azioni passate di Dio durante l’esodo a favore del Suo popolo e l’entrata nella terra promessa, il salmista con fede prorompe in un inno di lode, magnificando ed esaltando il Signore.
Ricordando chi è Dio e le grandi opere che ha compiuto, Asaf incoraggia se stesso e gli altri a pensare a Dio in termini di capacità di realizzare ancora opere di salvezza. 
In questi versetti vediamo il passaggio dal lamento a una confessione di fede, una confessione che sottolinea il potere impressionante di Dio in una serie di affermazioni rivolte direttamente a Lui.
Nel contrasto vediamo:

Salmo 74:4-11: Fino a quando?

 Salmo 74:4-11: Fino a quando? 
Avete mai provato quella sensazione di essere sopraffatti da problemi che sembrano interminabili? O che i problemi non finiscono mai, che vengono uno dietro l’altro?
Quando la sofferenza si protrae e le risposte tardano ad arrivare, è naturale rivolgersi a Dio con domande tipo: “Perché non interviene”, oppure “Fino a quando, Signore?”
È proprio questo il grido angosciato del salmista Asaf, che visse in un periodo in cui Gerusalemme, il cuore del culto Ebraico con il suo tempio, fu saccheggiata e profanata dai Babilonesi. 
In questo Salmo, Asaf dà voce al dolore e alla confusione di un popolo che si sente abbandonato da Dio. 
Ma la sua storia, scritta centinaia di anni fa, risuona ancora oggi nelle nostre vite, quando ci troviamo di fronte a sfide che sembrano insormontabili. 
Nella precedente predicazione di questo salmo (vv.1-3) abbiamo visto la perplessità del salmista Asaf riguardo la situazione drammatica in cui si trovava Gerusalemme e il tempio.
Asaf supplica Dio a ricordarsi del Suo popolo e della Sua dimora devastati.
Oggi, insieme, esploreremo alcuni versetti vv.4-11 di questo salmo concentrandoci sulla particolarità dei problemi e sulla preghiera per i problemi.
Il salmista si rivolge a Dio come se non fosse a conoscenza degli eventi che si erano verificati! 
Asaf sta raccontando a Dio tutte le cose incredibilmente orribili che sono accadute nel tempio; il suo scopo non è, ovviamente, informare il Signore di ciò che è accaduto, ma spingerlo all'azione (v.11,19,22-23).
Questo salmo non è solo un resoconto storico, ma un viaggio nell'anima umana di fronte all'apparente silenzio di Dio. 
Mentre esploriamo questi versetti, non troveremo solo il dolore di un uomo e di un popolo, ma anche un riflesso delle nostre lotte moderne, delle nostre domande senza risposta, e soprattutto, un'indicazione di come mantenere la fede anche quando tutto sembra perduto.
Cominciamo a vedere:

Salmo 74:1-3: Perché?

 Salmo 74:1-3: Perché?
La tragedia umana continua a generare domande da sempre nella storia dell’umanità.
Davanti certe situazioni tragiche, credenti e non credenti si sono chiesti e si chiedono, il perché.
 
La vita cristiana, dunque è fatta anche di domande, come vediamo nei vv.1 e 10-11.
Di solito le domande che facciamo a Dio non sono fatte quando le cose vanno bene, ma quando abbiamo problemi, quando soffriamo, quando non vediamo vie di uscite e Dio non risponde alle nostre preghiere.

Allora chiediamo a Dio: “Perché sta capitando tutto questo a me? Perché non rispondi? Perché mi hai abbandonato?”

Oppure chiediamo al Signore: “Fino a quando durerà questa storia? Fino a quando mi farai soffrire?”

Ora come diceva Timothy Keller: "La fede non elimina le domande. Ma la fede sa a Chi rivolgerle".

La fede non implica una rinuncia al pensiero critico, o alla ricerca di risposte, ma consapevoli che li possa dare solo Dio, ci rivolgiamo a Lui.

Il Salmo 74 è un potente lamento, un grido di dolore rivolto a Dio in un momento di profonda crisi e sofferenza.
È un canto che esprime la desolazione di un popolo che ha visto il suo santuario profanato e la sua terra devastata.

Come vediamo in tanti salmi nella Bibbia, il lamento è un aspetto normale del rapporto con Dio.
Permette ai credenti di esprimere le loro emozioni più profonde a Dio, anche quando sono confuse e angosciate.

2 Cronache 20:12: Dalla debolezza alla forza, come la preghiera di Giosafat può ispirarci

 2 Cronache 20:12: Dalla debolezza alla forza, come la preghiera di Giosafat può ispirarci
“Dio nostro, non vorrai giudicarli? Poiché noi siamo senza forza, di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; e non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!”

Questa è una parte della preghiera del re Giosafat di Giuda.

La cosa vitale da fare quando ti senti sopraffatto da qualche problema, è cercare l'aiuto sempre pronto del Signore senza temere le brutte circostanze! (Salmo 46:1-3; 121)

Come ci insegna Giosafat, in tempi difficili, ai confini della disperazione, la prima cosa da fare è cercare il soccorso divino in preghiera, non come ultima risorsa, ma come atto di fede e di riconoscimento della Sua sovranità da cui dipende la tua storia, la tua vita!

In questo passaggio, il re Giosafat sta pregando Dio mentre affronta una grande coalizione di nemici (Moabiti, Ammoniti, Edomiti) che minacciano il suo regno. 
Questa alleanza rappresentava una minaccia senza precedenti, mettendo alla prova non solo la forza militare di Giuda, ma anche la fede del suo popolo nel Dio d'Israele.

Giosafat, riconosce che Dio è l'unico vero Dio e che solo Lui ha il potere di proteggere e salvare il Suo popolo in un momento di grave pericolo.

Ci ricorda che Dio è onnipotente e che nessun altro può offrire la protezione e la guida che Lui può dare ai Suoi fedeli seguaci.

Tre sono gli aspetti della preghiera di Giosafat che vengono fuori da questo versetto.

Il primo aspetto della preghiera è:

Marco 6:26: Una promessa avventata

 Marco 6:26: Una promessa avventata 
“Il re ne fu molto rattristato; ma, a motivo dei giuramenti fatti e dei commensali, non volle dirle di no”.

Promessa avventata
Passione e orgoglio accecano
Scelta malvagia

Questa poesia in stile Senryu sintetizza questa predicazione.

Vediamo il contesto di questo versetto.

Il re Erode organizzò una festa di compleanno che si concluse con una nota molto amara. 

Durante un ballo, Salomè (secondo lo storico Giuseppe Flavio), la figlia di Erodiada, moglie di Erode, che era stata sposata con il fratello di questo Filippo, dopo che Erode le disse con giuramento: “Chiedimi quello che vuoi e te lo darò” (Marco 6:22-23), lei consigliatasi con la madre, gli chiese la testa di Giovanni Battista in quel momento su un piatto (Marco 6:24-25). 

Il rancore è stato il motore principale di questa tragedia.

Come dice un proverbio italiano: “Chi di rancore è pieno mastica sempre veleno”; evidentemente Erodiada “masticava veleno” contro il profeta, perché non accettò l’accusa di Giovanni Battista a Erode che lo ammonì dicendogli che non gli era lecito tenere la moglie del fratello, appunto Erodiade (Marco 6:18-19).

I rancori posso portare a fare cose orribili! 
Il rancore è un veleno che avvelena l'anima di chi lo nutre, portandolo a compiere azioni distruttive fino a desiderare la morte della persona su cui si nutre rancore, come ci ricorda Nelson Mandela: "Provare rancore è come bere una bottiglia di veleno e sperare che uccida i tuoi nemici". 

La richiesta della ragazza influenzata dalla madre, sconvolse Erode, perché stimava Giovanni Battista, lo considerava uomo giusto e santo (Marco 6:20).

Ma nonostante questo, accolse la richiesta; fece tagliare la testa di Giovanni e la fece portare su un piatto, la diede alla ragazza e la ragazza alla madre (Marco 6:28-29).

C’è complessità delle motivazioni umane nelle decisioni difficili, ci possono essere travagli interiori, ma questa non deve essere una giustificazione per le azioni malvagie!

Giobbe 2:9: Un consiglio insensato!

  Giobbe 2:9: Un consiglio insensato!
Kristin Armstrong scrive: “Spesso le circostanze della vita ci portano in luoghi in cui non avremmo mai avuto intenzione di andare. Visitiamo alcuni luoghi di bellezza, altri di dolore e desolazione”.

La vita non segue un percorso lineare e prevedibile. Le circostanze possono cambiare improvvisamente, portandoci in circostanze inaspettate che non avremmo mai scelto, alcune sono meravigliose che ci riempiono di gioia e gratitudine, altre dolorose che ci mettono alla prova.

Cerchiamo di evitare a tutti i costi la sofferenza, passiamo tutta la nostra vita a cercare di evitarla, ma la sofferenza fa parte della condizione umana. 

Non esiste un uomo, o una donna di Dio, che non abbia sofferto, o soffrirà!

Tutti noi abbiamo sofferto, stiamo soffrendo, o soffriremo, ma il punto è: come reagiamo alla sofferenza?

Tutto ci può essere portato via, ma abbiamo la libertà di scegliere come reagire alla sofferenza!

“Ma lascia stare Dio, e muori!” ci dice Giobbe 2:9.

Queste parole sono le parole della moglie di Giobbe rivolte proprio a lui.

Ricordiamo il contesto. Giobbe per attacco di Satana perde i suoi beni e la sua famiglia.
Satana pensava che Giobbe avrebbe rinnegato così il Signore (Giobbe 1:6-12).
Ma nonostante tutto questo, Giobbe benedice il Signore (Giobbe 1:13-21).
Non accettando la sconfitta, Satana affermò ancora che Giobbe era preoccupato solo per se stesso. 

Avrebbe sacrificato i suoi beni e persino la sua famiglia, ma non lui stesso, con la sofferenza, Giobbe avrebbe rinnegato il Signore (Giobbe 2:1–5). 

Dio accettò di nuovo la sfida di Satana, questa volta consentendogli di attaccare il corpo di Giobbe (Giobbe 2:6). 

Satana, quindi colpì Giobbe con una malattia dolorosa e ripugnante, con un’ulcera maligna che la grattava con un coccio mentre stava seduto sulla cenere, che secondo alcuni era la discarica fuori la città dove bruciavano i rifiuti!

Daniel Estes scrive: “Il dolore causato dalla malattia della pelle lo spinge a grattarsi le piaghe con un coccio mentre è seduto nella cenere della discarica. Invece di vivere nel lusso della sua casa, Giobbe ora è ridotto al luogo frequentato da mendicanti, lebbrosi e altri emarginati nel mondo antico. Lontano dal suo status di rispettato leader civico, ora è isolato dalla vita della comunità insieme ad altri che sono rifiutati e indigenti”.

Anche una persona giusta e devota può trovarsi improvvisamente privata di tutto ciò che dava per certo: salute, casa, ricchezza, posizione sociale, persino il rispetto della comunità.

La condizione umana è una condizione fragile e precaria.

Anche i suoi tre amici che lo andarono a trovare, talmente il dolore di Giobbe era molto forte, che per sette giorni e sette notti non dissero nulla (Giobbe 2:11-13). 

La reazione della moglie e la risposta di Giobbe stesso offrono spunti profondi per riflettere sulla natura della fede in tempi di avversità. 

Questo testo esplora in dettaglio le dinamiche di questa interazione, analizzando le motivazioni dietro le parole della moglie di Giobbe e la fermezza della fede di Giobbe di fronte a prove estreme.

Prima di tutto vediamo:
I LA REAZIONE DELLA MOGLIE DI GIOBBE
La fede della moglie di Giobbe crollò sotto il peso insopportabile della tragedia, mentre quella di Giobbe resistette come una fortezza inespugnabile. 

Nonostante il suo corpo fosse dilaniato da una malattia tanto terribile da renderlo irriconoscibile, la sua anima rimaneva ancorata a Dio (Giobbe 2:7–10).

Nella reazione della moglie di Giobbe vediamo:
A) Il sarcasmo velenoso
La moglie, invece di incoraggiare Giobbe, di vedere ancora in lui la fede e la sottomissione a Dio come una grande risorsa, gli augura di maledire Dio e di morire!

Non solo Giobbe aveva perso tutto e soffriva tanto fisicamente, ma aveva perso anche il conforto della moglie!

Invece di incoraggiare il marito, la moglie fallisce nel ruolo di sostegno emotivo e spirituale di fronte all’avversità. 

La mancanza di fede e resilienza psicologica della moglie rappresenta un ulteriore peso per Giobbe.

È molto probabile che le parole della moglie furono per Giobbe più impegnative della sofferenza fisica stessa.

Non c’è niente di più brutto di quello di non sentirsi capiti, o di perdere il sostegno delle persone care!


In “ma lascia stare Dio, e muori!”, alcuni studiosi vedono come una supplica disperata per porre fine alla sofferenza di Giobbe, un suggerimento di abbandonare la sua fede in cambio di una liberazione dal dolore.

Altri vedono in questa frase, come un’amara espressione di rabbia e delusione nei confronti di Dio, mettendo in dubbio la sua giustizia e bontà nel permettere che una simile sofferenza si abbatta su un uomo giusto.

È un’accusa amara contro un Dio percepito come ingiusto e crudele.
Questo avviene ancora oggi quando in alcune persone quando sono provate dal dolore, o dalla perdita di un proprio caro, o davanti certe tragedie.

Le parole della moglie si infiltrano “con altro veleno” nelle ferite aperte della sua sofferenza dovute già “al morso del serpente velenoso” di Satana.

Le parole hanno un potere immenso: possono ferire o guarire, distruggere o edificare. Scegliamole con cura.

La moglie di Giobbe gli dice con un tono molto forte e urgente: “Lascia stare Dio, e muori!” (due verbi imperativi).

Ma “lascia stare Dio” sarcasticamente qui in Ebraico è: “Benedici Dio” (bārēk ʾĕlōhîm), che, se consideriamo la frase precedente della moglie nel v.9: “Ancora stai saldo nella tua integrità?” (v.9), ha una connotazione negativa.

In Giobbe 1:5,11 e 2:5 la stessa parola ha la connotazione negativa tradotta con “rinnegare”, mentre in 1 Re 21:10,13, la parola è tradotta con “maledire”.

Così “benedici Dio”, tradotto con: “Lascia stare Dio”, considerando anche il contesto può essere un eufemismo, o un modo ironico con un significato opposto di benedire, cioè, è maledire.

Quando le cose vanno male molte persone maledicono di Dio bestemmiando il Suo nome!

È una pratica abituale di una persona incredula maledire Dio quando si trova in difficoltà, quando affronta grossi problemi!

Nella reazione della moglie di Giobbe vediamo:
B) Lo strumento di Satana
Il dolore può offuscare la nostra visione e distorcere la nostra prospettiva, trasformando anche le persone care in strumenti di Satana.

La sofferenza di Giobbe per mano di Satana ha causato un muro pieno di spine tra il marito e la moglie, evidentemente non da parte di Giobbe.

George Whitefield sul modo di agire di Satana diceva: “La cosa più notevole è la sua sottigliezza, non avendo il potere dall’alto di prenderci con la forza, è costretto ad aspettare le occasioni per tradirci e per prenderci con l’inganno”.

Non solo Giobbe soffriva terribilmente fisicamente, ma doveva sentire queste parole dure della moglie che viene considerata da molti come uno strumento di Satana per infierire contro Giobbe, ed è così se consideriamo che la sofferenza di Giobbe da parte di Satana mirava alla distruzione della sua fede!
Parlando della moglie di Giobbe, Crisostomo l’ha definita: “Il miglior flagello del diavolo”.

Mentre Agostino l’ha chiamata: “L’assistente del diavolo” e Calvino: “Lo strumento di Satana”.

Dopo aver portato sofferenza al fisico di Giobbe, ora attraverso la moglie insinua il dubbio e lo scoraggiamento per fargli perdere la fede!

La tentazione di Satana non arriva molte volte apertamente, in modo che la sua fonte malvagia possa essere riconosciuta, ma arriva attraverso le persone in modo più sottile, con le persone più care, che a loro insaputa sono strumenti del diavolo!

Satana è astuto, egli userà chiunque, anche le persone a noi più vicine, per distruggere la nostra fede.

Quindi Satana usa tattiche subdole, anche le persone care come strumenti inconsapevoli sfruttando le debolezze emotive insinuando dubbi sulla bontà e la giustizia di Dio.
Che Dio ci aiuti a non essere strumenti di Satana! Tutti lo possiamo essere, perciò facciamo attenzione!

Dopo aver considerato la reazione, vediamo ora:
II LE RAGIONI DELLA REAZIONE DELLA MOGLIE DI GIOBBE
Satana può usare noi come suoi strumenti (cfr. per esempio Matteo 16:23; Atti 5:3; 2 Timoteo 2:26) per tentare gli altri!

Un esempio lampante è quello di Giuda quando tradì Gesù (Luca 22:3-4; Giovanni 13:2,27).
Sembra che l’influenza di Satana su Giuda sia stata graduale. 
In Giovanni 13:2 suggerisce che il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda l’idea del tradimento prima dell’ultima cena.
Giuda aveva probabilmente delle debolezze che Satana ha sfruttato, e questo ci fa capire che le nostre debolezze sono il terreno fertile per le insidie di Satana.
Giovanni 12:6 ci dice che Giuda era il tesoriere del gruppo e che rubava dal denaro comune, indicando la sua avidità.
Luca 22:3 e Giovanni 13:27 descrivono un momento in cui Satana "entra" in Giuda, suggerendo un punto di non ritorno nella sua decisione di tradire Gesù.

Nonostante l’influenza di Satana, Giuda rimane responsabile delle sue azioni e sarà giudicato per questo. 

Infatti, Gesù stesso dice in Matteo 26:24: "Certo, il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato”.

Paolo (cfr. per esempio Efesini 4:26-27; 2 Timoteo 2:26); Giacomo (Giacomo 4:7), e Pietro (1 Pietro 5:8-9) ci fanno capire che abbiamo la responsabilità delle nostre azioni di resistergli, e quindi la forza di poterlo fare!

Inoltre, se pensiamo che Dio non permette una tentazione che non possiamo sopportare (1 Corinzi 10:13), allora non prendiamo scuse quando siamo sconfitti dalla tentazione!

Non siamo vittime passive della tentazione. Dio ci dà la forza per resistergli.

Quali possono essere state le cause della reazione negativa della moglie di Giobbe?

Una causa potrebbe essere stata:
A) Lo stress emotivo
Come vediamo anche in molti Salmi nell’Antico Testamento, lamentarsi è umano, e certamente non è stato facile per la moglie di Giobbe, poteva avere uno stress emotivo molto forte; avevano perso tutto: beni, i figli, il marito aveva terribili sofferenze. 

Warren Wiersbe scrive riguardo la moglie di Giobbe: “Aveva perso dieci figli in un giorno, e questo sarebbe stato sufficiente a devastare qualsiasi madre. La ricchezza di famiglia era sparita e lei non era più la ‘principessa’ del paese. Suo marito, un tempo l’uomo più grande dell’Oriente (Giobbe 1:3), ora era seduto nella discarica della città, sofferente per una terribile malattia. Cosa le era rimasto? Piuttosto che guardare suo marito consumarsi nel dolore e nella vergogna, avrebbe preferito che Dio lo colpisse a morte e facesse subito la cosa giusta”.

Il suo invito a maledire Dio e morire nasce da uno stato di disperazione e incapacità di accettare, o comprendere tutta quella sofferenza.

Può essere stato anche:
B) Un meccanismo di difesa
Secondo il suo consiglio, è evidente che la moglie di Giobbe è disposta a rinunciare all’integrità in cambio della fine del dolore, cosa che Giobbe si rifiuta di fare.

Un meccanismo di difesa psicologico per proteggersi dall’angoscia di vedere l’amata persona soffrire in modo così atroce.

Arrabbiata con Dio, suggerendo la maledizione a Dio e la morte, in un certo senso, stava provando a porre fine alla sofferenza del marito e di conseguenza al proprio tormento interiore.

È come se dicesse: “Non ce la faccio più a vederti soffrire. Rinuncia alla tua fede, perché ti sta solo portando dolore”. 

La reazione della moglie di Giobbe non è un caso isolato. 

La sofferenza può farci mettere in discussione Dio, ma la fede ci invita a confidare nel Suo piano, anche quando non lo comprendiamo.

Molte persone, di fronte alla sofferenza, mettono in dubbio la bontà e la giustizia divina, si ribellano a Dio; la loro fede come quella della moglie di Giobbe, viene messa a dura prova. 

La moglie di Giobbe:
C) Aveva perso la prospettiva della fede in Dio
Viktor Frankl, sopravvissuto all’Olocausto e fondatore della logoterapia disse: "Se c’è uno scopo nella vita, ci deve essere uno scopo nella sofferenza e nella morte…Colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come".

Frankl, attraverso la sua esperienza nei campi di concentramento, ha compreso che anche nelle situazioni più estreme, una persona ha la capacità di affrontare anche una terribile sofferenza se ha uno scopo nella vita perché crede che anche in questa c’è uno scopo.

Second Frankl la persona che è convinta che c’è uno scopo nella sofferenza, può decidere il modo come può affrontarla anche se è dura!

Frankl ci invita in un certo senso a non essere vittime passive della sofferenza!

La base di questa è avere uno scopo, questo permetterà all’individuo di superare le avversità e di trovare la forza di andare avanti, anche nelle circostanze più difficili.

A maggior ragione è valido per noi cristiani.

La sofferenza è più sopportabile se ci fidiamo di Dio, nel momento che l’accettiamo, la interpretiamo e crediamo che abbia un significato e uno scopo secondo la rivelazione e la verità di Dio, anche se lì per lì non conosciamo i dettagli.

Accecata dal dolore, la moglie aveva perso la fede e la prospettiva più ampia che dietro la sofferenza c’è un piano benevolo di Dio!

Le lezioni più profonde e importanti della vita sono spesso scritte con le lacrime della sofferenza.

Versetti come Romani 8:28-29 e Giacomo 1:4 ci dicono che anche nelle prove più difficili, Dio ha un piano benevolo per noi, che è quello della nostra crescita spirituale!

Siamo chiamati allora a perseverare e a gioire, per quello che la sofferenza produce in noi.

La sofferenza è un visitatore indesiderato nella vita di ogni credente, ma è proprio in questi momenti che la nostra fede viene messa alla prova, affinata e modella il nostro carattere.

Quindi, la sofferenza modella il carattere cristiano! Ci santifica!

Philip Graham Riken scrive: “In effetti, è difficile identificare un’esperienza che sia uno stimolo maggiore alla crescita spirituale dell’esperienza della sofferenza. I fiori della santità sono innaffiati dalle lacrime dell’afflizione".

La moglie di Giobbe non riusciva a capire perché egli mantenesse così saldamente la sua integrità nonostante quella sofferenza atroce. 

Non nega l’integrità del marito, piuttosto, lo riprende perché persiste ancora in essa!

“Integrità” (tûmmā) indica irreprensibilità, uno stato, o condizione di bontà morale, con un focus di non avere colpa, o peccato (Giobbe 2:3, 9; 27:5; 31:6; Proverbi 11:3), o di completezza per quanto riguarda la propria relazione con Dio, equivalente a devozione.

Questa parola e i suoi affini denotano una persona la cui condotta è completamente in accordo con le norme morali e religiose di Dio e il cui carattere è di assoluta onestà, senza frode.

Questa donna era esasperata dal fatto che Dio non abbia mantenuto il suo devoto marito nella buona salute che meritava.

E come se gli stesse dicendo: “Insisti ancora a mantenere la tua integrità? A cosa ti è servito?”.

Oppure, o anche: “Tu rimani ancora integro, ma a che ti serve se stai ancora soffrendo! Non hai alcun conforto e sei solo con la tua angoscia!”

Ora, la reazione della moglie di Giobbe, pur comprensibile nella sua disperazione, ci ricorda la potenza delle tentazioni di Satana. 

Le sue parole, cariche di sarcasmo e rabbia, sono un monito a non permettere che la sofferenza offuschi la nostra fede. 

La storia della moglie di Giobbe ci insegna che la sofferenza può mettere a dura prova la nostra fede e la nostra relazione con Dio.

Questo ci permette di riflettere sulla condizione umana e come a volte la fede possa essere fragile di fronte al dolore.

Molte volte abbiamo difficoltà a vedere oltre il nostro dolore, perché il dolore offusca le nostre menti e può indurirci, ma dobbiamo provarci!

Come cristiani, siamo chiamati a guardare oltre il dolore presente e a porre la nostra speranza in Dio!

La perseveranza e la fede di Giobbe, nonostante le prove, ci ricordano che anche nelle circostanze più difficili possiamo trovare conforto e forza in Dio!

Se: “Tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio”, come dice Romani 8:28, nonostante siamo nella sofferenza, possiamo mantenere una prospettiva positiva e confidare nel piano sovrano e d'amore di un Dio fedele e saggio!

Mentre sua moglie rappresenta la fragilità umana di fronte al dolore, Giobbe incarna una fede che trascende le circostanze, offrendo un modello di risposta spirituale che possiamo seguire anche oggi.

Vediamo:
III LA RISPOSTA DI GIOBBE
Giobbe nel v.10 le risponde: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”

Giobbe stava difendendo non solo se stesso, ma la verità di Dio, mostrandoci che la fede autentica non può tollerare compromessi.

La perseveranza di Giobbe, di fronte alle avversità, diventa un esempio ispiratore per tutti coloro che cercano di mantenere la loro fede in mezzo alle tempeste della vita.

Non so se lo abbia fatto con Corrie Ten Boom. Corrie Ten Boom era una cristiana olandese che, insieme alla sua famiglia, aiutò molti Ebrei a sfuggire all’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. Arrestata e imprigionata nel campo di concentramento di Ravensbrück, perse sua sorella Betsie e visse condizioni disumane. Eppure, anche in quel luogo disumano, Corrie mantenne la sua fede. 
Dopo la guerra, scrisse: "Non esiste fossa così profonda che Lui non sia più profondo ancora". 
Come Giobbe, Corrie soffrì tantissimo, ma scelse di rimanere fedele a Dio, trasformando poi la sua sofferenza in un ministero mondiale di riconciliazione e perdono.

Nella risposta di Giobbe vediamo:
A) La riprensione
“Tu parli da donna insensata!

Con una ferma determinazione, Giobbe rimproverò sua moglie. 

Non dando spazio al suo suggerimento, etichettò il suo consiglio come quello che proviene da donne insensate (ʾaḥaṯ hannəḇālôṯ).

Giobbe dichiarò che il consiglio della moglie era stupido, una pazzia. 

“Insensata” (hannəḇālôṯ - plurale) indica una persona sciocca che manca di buon senso, una persona folle.

“Insensata” è una persona stolta sia intellettualmente che moralmente, qualcuno che rinuncia completamente alle vie di Dio. 

La persona insensata è qualcuno che, all’interno di una particolare sfera d’influenza, non conta nulla, non ha nulla da offrire, non dà alcun aiuto, non incute rispetto, non è nulla, è inutile, senza valore socialmente, senza Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:6,21; Giobbe 30:8; Salmo 14:11; 53:2; 74:18; Ezechiele 13:3).

Così “insensata” evidenzia la gravità del consiglio di sua moglie rispetto alla volontà di Dio!

La riprensione di Giobbe verso sua moglie non è fine a se stessa, né nasce da una fredda superiorità morale. 
Piuttosto, è radicata in una verità più profonda che Giobbe esprime immediatamente dopo: 

B) L’accettazione
L’accettazione sovrana della volontà di Dio, sia del bene che del male.

Giobbe dice: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”

Joni Eareckson Tada ci offre un esempio potente di accettazione. A soli 17 anni, un incidente di tuffo la lasciò tetraplegica. Nei primi giorni dopo l’incidente, Joni lottò con la rabbia, la depressione e persino pensieri suicidi, chiedendosi come un Dio amorevole potesse permettere una simile tragedia. Come la moglie di Giobbe, fu tentata di maledire Dio e morire. 
Tuttavia, attraverso un percorso doloroso di fede, Joni giunse ad accettare la sua condizione come parte del piano di Dio per la sua vita. 
Oggi, dopo più di 50 anni di paralisi, è diventata una voce influente per milioni di persone con disabilità in tutto il mondo, un’artista che dipinge con la bocca, un’autrice e una cantante. 
“Dio permette ciò che odia per compiere ciò che ama”, ha scritto Joni. 
Come Giobbe, ha scoperto che accettare sia il bene che il male dalla mano di Dio può portare a una testimonianza di fede che ispira generazioni.

Con questa frase, Giobbe riconosce la sovranità di Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:39; Isaia 45:7).

La sovranità di Dio non è negoziabile!

La nostra fede deve sottomettersi al Suo piano, anche quando è doloroso.

La storia di Giobbe ci invita a perseverare nella fede e a sottometterci alla sovranità di Dio, anche quando le circostanze sembrano oscure e ingiuste. 

Essa ci ricorda che la nostra speranza non è fondata su ciò che vediamo, ma su ciò che crediamo riguardo Dio!

Rifiutando il consiglio insensato della moglie, “Giobbe voltò le spalle alla ricerca di una falsa via di fuga dalla sua sofferenza ed espresse la sua incrollabile fedeltà a Dio” (John E. Hartley).

Giobbe nonostante il consiglio insensato della moglie rimase fermo nella fede e nella sottomissione a Dio!

La totale sottomissione di Giobbe a Dio nel bene e nel male è chiara nella sua risposta.

Giobbe ci fa capire che i fedeli devono esprimere la loro fiducia in Dio indipendentemente dalle circostanze che li colpiscono.

Il verbo “accettare” (qāḇal) descrive una partecipazione attiva e positiva a ciò che Dio ha decretato, non una semplice ricezione passiva!
Il “bene” e il “male” non sono in senso morale.

“Bene” (ṭôḇ) si riferisce nell’essere prospero, avere circostanze favorevoli e assenza di problemi nella vita, o di avversità, il che implica l'accumulo di molti beni (cfr. per esempio Deuteronomio 5:33; 30:9; Salmo 25:13; 119:122; 122:9; Geremia 15:11; 17:6; 32:39; Lamentazioni 3:38; Ezechiele 36:11).

La parola tradotto con “male” (raʿ) è il contrario di bene, quindi avversità, danno, grande dolore, malattia, cioè, avere un alto grado di dolore fisico e disagio, tormento orribile (cfr. per esempio Genesi 31:29; Deuteronomio 28:59; 2 Cronache 21:19; Salmo 10:6; 23:4).

Accettare il bene e rifiutare il male dalla mano di Dio è un’incoerenza. La fede autentica abbraccia entrambe le realtà.

La moglie di Giobbe, anche come tanti oggi, aveva l’idea preconcetta errata che chi ha la fede in Dio non deve avere problemi! Non può soffrire! Deve solo prosperare!

Ma una domanda che dobbiamo porci è: “Una persona adora Dio per amore genuino per Dio, o principalmente per la benedizione di Dio?” 


In questo periodo difficile in cui la moglie, non riuscendo a comprendere il disegno divino dietro la sofferenza di Giobbe, lo esorta a rinunciare alla sua fede e alla sua integrità di fronte a Dio pur di liberarsi dal dolore.

Questa donna aveva certamente una visione egocentrica e materialista del rapporto con Dio, della serie: “Fede=benessere!”

Credere per avere prosperità, è una fede utilitarista!

Questo contrasta con la reazione di Giobbe, che pur nell’estrema afflizione, non rinnega Dio, ma accetta con pazienza e fede le prove che gli sono state imposte.

Quindi non dobbiamo amare i doni di Dio che siano materiali, o spirituali, ma la Sua persona! (cfr. per esempio Deuteronomio 6:5; Matteo 22:37-39).

C’è sempre il rischio di cercare Dio e di usarlo come nostro “maggiordomo” per soddisfare le nostre richieste! 

E quindi di amare i doni più del Donatore! Questo significherebbe essere idolatri.

Dio non è il tuo maggiordomo che fa ciò che tu vuoi, quando tu vuoi e come tu vuoi!

Oggi molti pensano a Dio, come una sorta di lampada di Aladino per compiere grandi imprese, o piccoli miracoli a nome di chiunque lo invochi per soddisfare i loro bisogni.

Il Signore è per loro “il Dio utilitario”, il Dio che soddisfa tutte le preghiere, tutti i nostri desideri, i nostri scopi!

A riguardo Tom Wells scrive: “È l’epoca del ‘dio’ utilitario, il dio che si vuole usare per i nostri fini. Se volete ottenere felicità e successo è sufficiente avvicinarsi con la giusta formula questo dio, che aspetta dietro le quinte, pronto a darvi quanto il vostro cuore desidera”.

Che il Signore ci aiuti a non avere una fede utilitarista in un Dio utilitario!

Giobbe ci insegna che la fede non è utilitaristica, essa non è un baratto, ma essa è amore verso Dio, in ogni caso.

CONCLUSIONE
La storia di Giobbe e la sua interazione con sua moglie ci offre una lente d’ingrandimento sulla complessità dell’esperienza umana di fronte alla sofferenza, ci offre preziose lezioni sulla natura della fede e sul nostro rapporto con Dio. 

Mentre la moglie di Giobbe rappresenta una reazione umana comprensibile di fronte al dolore insopportabile, la risposta di Giobbe incarna una fede profonda e incrollabile che anche noi oggi possiamo avere!

Questa narrazione ci invita a riflettere sulla qualità della nostra fede: amiamo Dio per ciò che è, o solo per i benefici che ci dà, o che può offrirci? 

Siamo pronti ad accettare sia il bene che il male dalla Sua mano, riconoscendo che il Suo piano può andare oltre la nostra comprensione immediata?

La perseveranza di Giobbe ci ricorda che la vera fede non è un amuleto per assicurarsi una vita senza sofferenza, ma è un ancoraggio solido che ci sostiene nelle tempeste della vita.

È un dono prezioso che ci permette di trovare significato e speranza anche nelle prove più difficili.

La perseveranza di Giobbe ci ricorda che la vera fede resiste anche nelle circostanze più difficili, e che non dovremmo vedere Dio come un mero strumento per soddisfare i nostri desideri. 

Piuttosto, siamo chiamati a una relazione autentica e profonda con Lui, basata sull’amore e sulla fiducia, indipendentemente dalle circostanze che viviamo.

La vera fede non è una polizza assicurativa contro il dolore, ma è un’àncora che ci tiene saldi quando le onde minacciano di travolgerci. 
È una fiamma che arde anche nel vento più gelido della sofferenza.

Quando il dolore bussa alla nostra porta - e busserà - ricordiamoci di Giobbe. 

Quando le voci intorno a noi, o dentro di noi, sussurrano di abbandonare Dio, ricordiamoci della risposta risoluta di Giobbe alla moglie quella che dobbiamo accettare tutto quello che ci dà Dio, compresa la sofferenza. 

L’integrità di Giobbe non era in vendita. 
La sua fede non era condizionata dalle circostanze.

…C’è un grande pericolo di una fede basata solo sulla prosperità!

In un’epoca in cui molti cercano un "dio utilitario", un dio-bancomat che dispensa benedizioni a richiesta, la storia di Giobbe ci sfida a cercare una fede più profonda e matura, capace di resistere alle prove della vita e di trovare significato anche nella sofferenza e di ringraziarlo e adorarlo sempre.

Se stiamo vivendo un periodo difficile di grande sofferenza, accettiamolo con fede e serenità, perché Dio ha un piano per noi anche se non lo capiamo (cfr. per esempio Romani 8:28-29).

Inoltre, dobbiamo stare attenti a non essere strumenti di Satana per far male a chi già sta male, le parole hanno un grande peso, possono portare vita, o morte (Proverbi 18:21).

Il sostegno reciproco, basato sulla verità e la fede in Dio, nei momenti di difficoltà è molto importante.





1 Samuele 15:24: La disobbedienza di Saul - lezioni sulla fedeltà a Dio

 1 Samuele 15:24: La disobbedienza di Saul - lezioni sulla fedeltà a Dio
“Allora Saul disse a Samuele: ‘Ho peccato, perché ho trasgredito il comandamento del SIGNORE e le tue parole, perché ho temuto il popolo, e ho dato ascolto alla sua voce’”.

Cosa spinge un uomo scelto da Dio a disobbedire così apertamente come Saul? 
Cosa possiamo imparare da questa storia millenaria?
Cercherò di dare delle risposte a queste domande.
Intanto vediamo il contesto di questo versetto.

Gli Amalechiti caddero sotto la stessa maledizione di quelle nazioni Cananee che dovevano essere distrutte (1 Samuele 15:1–3; cfr. Esodo 17:8–16; Deuteronomio 20:16–18; 25:17–19). 

L’obbedienza di Saul fu messa alla prova ancora una volta e ancora una volta fallì. 

Il suo potere regale non gli dava il diritto di modificare le istruzioni date da Dio per adattarle a se stesso, Saul disobbedì agli ordini del Signore degli eserciti (1 Samuele 15:4–9).

Dio comunicò a Saul tramite Samuele le conseguenze della sua disobbedienza (1 Samuele 15:10–16; cfr. 1 Samuele 13:13–14). 
I sacrifici religiosi e le vittorie militari non potevano sostituire l’obbedienza! 

Samuele aveva dato a Saul le istruzioni di Dio, ma Saul, agendo indipendentemente da tali istruzioni, si era ribellato a Dio, dimostrando così di essere inadatto a essere re del popolo di Dio (1 Samuel 15:17–23). 

Nessun appello da parte di Saul avrebbe potuto alterare il fatto che Dio lo avrebbe sostituito come re d'Israele (1 Samuele 15:24–29).

Certamente 1 Samuele 15:24 rivela la complessità della natura umana di fronte la volontà di Dio e le pressioni sociali, ma questa non può essere una giustificazione alla disobbedienza!

Cominciamo col vedere:

2 Cronache 30:10: “Da Gerusalemme a Zabulon – un viaggio di fede e persecuzione”

 2 Cronache 30:10:  “Da Gerusalemme a Zabulon – un viaggio di fede e persecuzione”
“Quei corrieri, dunque, passarono di città in città nel paese di Efraim e di Manasse, e fino a Zabulon; ma la gente si faceva beffe di loro e li derideva”.
Questo passo biblico ci trasporta in un periodo di profonda divisione e disobbedienza in Israele. 
Il regno d’Israele si era diviso in due regni quello del sud - Giuda e quello del nord – Israele, o Efraim.
Il re di Giuda, Ezechia, con un cuore rivolto a Dio, decide di ristabilire la celebrazione della Pasqua, un atto di rinnovato patto con il Signore, una festa che non veniva osservata da molti anni. 
Ezechia mandò messaggeri (corrieri) in tutta la terra di Israele con un messaggio che invitava le persone a pentirsi dalla loro infedeltà, a convertirsi al Signore e a venire a Gerusalemme per osservare la Pasqua (2 Cronache 30:1-9).
Il messaggio non solo non è stato accolto, ma quei messaggeri furono beffeggiati e derisi.
Il viaggio di questi messaggeri era molto più di una semplice missione diplomatica; era un'espressione di fede, di coraggio e di perseveranza di fronte all'ostilità e al rifiuto. 
Il loro cammino ci offre preziose lezioni sulla natura del servizio cristiano e sulle sfide che inevitabilmente incontriamo quando portiamo la Parola di Dio in un mondo spesso indifferente, oppure ostile.
In questa predicazione, ci concentreremo su tre aspetti chiave di questo racconto: il movimento dei messaggeri attraverso terre ostili, la loro meticolosità nel compiere la missione e la malvagità delle persone.
Prima di tutto vediamo:

Proverbi 1:5: La persona saggia

Proverbi 1:5: La persona saggia
“Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere; l’uomo intelligente ne otterrà buone direttive”.
Il libro dei Proverbi fa parte della letteratura sapienziale dell’Antico Testamento. 
Nella cultura Ebraica, la saggezza era altamente valorizzata e considerata un dono divino. 
Questo versetto riflette l’importanza che la società attribuiva all’apprendimento continuo e alla crescita personale; racchiude in sé profonde verità sulla natura della saggezza e su come possiamo coltivarla nelle nostre vite.
In un mondo dominato da informazioni rapide, opinioni forti e la tendenza a parlare più che ad ascoltare, questo antico proverbio ci sfida a riconsiderare il nostro approccio all’apprendimento e alla crescita personale. 
Il nostro testo descrive una persona veramente saggia.
Il saggio (ḥākām) in questo versetto, è colui che ha capacità di comprensione e discernimento (cfr. per esempio Proverbi 10:8), è colui che è dotato di ragione e la usa, ma anche colui che è dotato di saggezza (cfr. per esempio Proverbi 24:5, 23; 29:8, 11; Ecclesiaste 2:14, 16, 19; 6:8; 7:4–5, 7, 19; 8:1, 17–9:1, 11, 17; 10:2, 12; 12:9, 11; Geremia 9:22).  
Troviamo tre caratteristiche dell’uomo veramente saggio.
Prima di tutto:

2 Re 3:16-18: Oltre ogni aspettativa - la potenza della provvidenza del Signore

 2 Re 3:16-18: Oltre ogni aspettativa - la potenza della provvidenza del Signore
Cosa accadrebbe se, in un momento di disperazione totale, un miracolo trasformasse la vostra situazione più critica in una fonte di abbondanza? In una benedizione?
È proprio questo che accadde al popolo di Israele nel libro dei Re. 
In un deserto arido e inospitale, dove ogni speranza sembrava svanire, Dio interviene in modo miracoloso, trasformando una valle secca in un fiume in piena!
Ma vediamo il contesto.
Ieoram, figlio del re Acab, succedette al fratello di Acazia in Israele. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, ma non come suo padre perché tolse via la statua di Baal, che suo padre aveva costruito (2 Re 3:1-3).
Dopo la morte di Acab, Moab si era ribellata al dominio Israelita e si era rifiutata di pagare il tributo, ma Acazia non fece nulla al riguardo (2 Re 1:1). 
Ieoram cercò di recuperare questa preziosa fonte di reddito con un attacco militare in cui ebbe il sostegno di Giuda e di Edom, che avrebbero entrambi beneficiato se Moab fosse stata indebolita. 
L'esercito marciò intorno all'estremità meridionale del Mar Morto e si avvicinò a Moab dai deserti di Edom (2 Re 3:4-8).
Quando, dopo una settimana di marcia, l'esercito finì l’acqua, Ieoram si lamentò contro Dio. 
Giosafat aveva fede in Dio e gli chiese, tramite il profeta Eliseo, cosa avrebbero dovuto fare (2 Re 3:9-12). 
Eliseo non si sentì obbligato ad aiutare Ieoram, ma per amore di Giosafat annunciò che Dio avrebbe fornito acqua sufficiente in modo tale da soddisfare tutti i loro bisogni. 
Poi avrebbero attaccato e devastato Moab. Quella notte, dalle lontane colline di Edom, l'acqua scese nel letto del torrente asciutto accanto al quale l'esercito era accampato (2 Re 3:13-20).
Il giorno dopo gli alleati, rinfrancati, vinsero i Moabiti falsamente fiduciosi e devastarono le loro città, i loro campi e i loro alberi. 
Sembravano certi della completa conquista del territorio fino quando all'improvviso, mentre si avvicinavano all'ultima roccaforte, videro il re Moabita sacrificare suo figlio. 
Terrorizzato da questo atto crudele, gl’Israeliti e l'esercito alleato si ritirano e ritornarono finalmente a casa (2 Re 3:21-27). 
Così il racconto di 2 Re 3:16-18 ci offre una potente testimonianza della provvidenza di Dio. 
In un momento di estrema necessità, quando l'esercito d’Israele si trovava senza acqua nel deserto, Dio interviene in modo miracoloso, dimostrando che la Sua provvidenza supera ogni nostra aspettativa e comprensione.
Questo episodio non solo rivela la natura compassionevole di Dio che risponde ai bisogni del Suo popolo, ma anche la Sua onnipotenza che si manifesta in modi inaspettati e sorprendenti. 
Attraverso questo evento, siamo invitati a riflettere su tre aspetti fondamentali: le parole del Signore, la provvidenza del Signore, e infine la potenza del Signore.
Cominciamo a vedere che Eliseo sottolinea che quello che stava dicendo erano:

1 Samuele 7:9-10: Gli strumenti della vittoria

 1 Samuele 7:9-10: Gli strumenti della vittoria
“Samuele prese un agnello da latte e l'offrì intero in olocausto al SIGNORE; e gridò al SIGNORE per Israele, e il SIGNORE l'esaudì. Mentre Samuele offriva l'olocausto, i Filistei si avvicinarono per assalire Israele; ma il SIGNORE in quel giorno fece rimbombare dei tuoni con gran fragore contro i Filistei e li mise in rotta, tanto che essi furono sconfitti davanti a Israele”.
Seneca disse: "La speranza è il più grande bene che l'uomo possegga".
Seneca sottolineava come la speranza sia un bene inestimabile per l'essere umano.
Una forza che ci sostiene e ci motiva ad andare avanti, anche nelle situazioni più difficili. È l'antidoto alla disperazione. 
Ci permette di mantenere viva la fiamma dell'ottimismo, anche quando tutto sembra perduto come nella storia di questi versetti.
“Non si può vivere senza speranza. Vivere senza speranza significa cessare di vivere” diceva Fëdor Dostoevskij.
Perdere la speranza ha lo stesso effetto su di noi quando il nostro cuore smette di respirare, o quando non abbiamo l’aria.
Allora la speranza è un elemento essenziale per la nostra esistenza!
La perdita della speranza è una sorta di morte interiore. 
Quando perdiamo la speranza, perdiamo la voglia di vivere, la motivazione ad andare avanti, la capacità di sognare e di progettare il futuro.
La speranza è ciò che ci spinge a superare le difficoltà, a cercare soluzioni e a credere in un domani migliore.
Quanti di voi si sono mai sentiti come gl’Israeliti, circondati da nemici più forti e sopraffatti dalla paura? 
1 Samuele 7:9-10 ci ricorda che anche nei momenti più bui dobbiamo sempre sperare nel Signore.
In un'epoca in cui Israele era tormentato dalle continue incursioni dei Filistei, Samuele, offrì un agnello in sacrificio e pregò presso il Signore per il suo popolo.
Questa storia ci insegna che la preghiera, unita alla fede, ha il potere di muovere montagne e di trasformare le situazioni più disperate. 
Oggi, mentre affrontiamo le nostre personali battaglie, possiamo trovare conforto e incoraggiamento nell'esempio di Samuele. 

Efesini 3:20: Un’infinita potenza dentro di noi

Efesini 3:20: Un’infinita potenza dentro di noi
Hai mai provato lo stupore di fronte una circostanza inaspettata, o davanti un’opera d’arte, o la nascita di un bambino, o davanti fenomeni naturali? Momenti in cui la natura, o la vita stessa ti lasciano senza parole?
Io ho due ricordi ancora molto forti nella mia mente sulla bellezza della natura che mi hanno lasciato senza parole nonostante siano passati tanti anni.
Il primo ricordo risale quando mi trovavo per la prima volta, nelle saline in provincia di Trapani (Sicilia).
Siamo in estate, in mezzo alle vasche di sale dove si stagliavano dei mulini a vento, fui rapito dal sole che tramontava con un rosso infuocato che sembrava sciogliersi nell’acqua all’orizzonte del mare. Che spettacolo!!!
Poi, un altro stupore della forza della natura, sempre in Sicilia, stavolta nella parte orientale. Mi trovavo di sera da un amico in provincia di Catania, e si vedeva in lontananza la lingua rosso fuoco dell’eruzione dell’Etna che scendeva dalle sue pendici. Che spettacolo! Che stupore anche questo!
Eppure, c'è una forza ancora più sorprendente e potente che opera all'interno di noi, credenti in Cristo: la potenza infinita di Dio!
Efesini 3:20 ci incoraggia dicendo che questa potenza risiede nei veri cristiani.
In questa meditazione, esploreremo come questa realtà, spesso trascurata, possa trasformare radicalmente la nostra vita.
La potenza di Dio è un tema centrale nella fede cristiana, spesso discussa, ma non sempre pienamente compresa, o sperimentata dai cristiani. 
In questa meditazione, esploreremo il concetto dell'immanenza di Dio e della Sua efficienza attiva nella vita dei credenti.
Nelle altre predicazioni su questo versetto ci siamo concentrati sulla consapevolezza che ha il credente riguardo Dio, cioè della Sua costante onnipotenza, che può fare infinitamente di più della nostra preghiera, o immaginazione, questa è la Sua consuetudine nell’agire. 
Oggi mediteremo sulla frase che la traduzione Nuova Riveduta traduce: “Che opera in noi”; mentre la CEI traduce: “Che già opera in noi”.
Partiremo dall'idea che la potenza di Dio non è una forza distante, o astratta, ma una realtà dinamica e attiva che opera direttamente ed efficacemente nella vita dei cristiani; quindi, vedremo l’immanenza di Dio, cioè che è presente e non assente, e l’efficienza attiva di questa immanenza.
Cominciamo con:

Neemia 2:4: Un uomo di preghiera in azione

  Neemia 2:4: Un uomo di preghiera in azione
“E il re mi disse: ‘Che cosa domandi?’ Allora io pregai il Dio del cielo”.
Erano ormai trascorsi tredici anni da quando Artaserse aveva emanato il decreto che conferiva a Esdra l’autorità di recarsi a Gerusalemme e riformare Israele (Esdra 7:7; Neemia 2:1). 
L’opera di Esdra ebbe un certo successo iniziale, ma quando i Giudei cercarono di rafforzare le difese di Gerusalemme ricostruendo le mura della città, i loro nemici li accusarono di volersi ribellare alla Persia. 
Questi denunciarono la cosa ad Artaserse, con il risultato che il re emanò un decreto che imponeva l’immediata interruzione dei lavori (Esdra 4:7-23).
Nel frattempo, in Persia, Neemia, un funzionario Giudeo del palazzo del re, era salito al fidato grado di coppiere (cfr. per esempio Neemia 1:11). 
Quando i Giudei vennero a sapere che uno dei loro era in grado di parlare al re, si recarono in Persia per vederlo. 
In particolare, gli raccontarono del disagio che gli oppositori dei Giudei avevano creato a Gerusalemme eseguendo il decreto del re (Neemia 1:1-3; cfr. Esdra 4:23). 
Questo decreto poteva essere revocato sempre per la decisione del re in un secondo momento, se lo desiderava (Esdra 4:21); i rappresentanti di Gerusalemme speravano senza dubbio che Neemia potesse convincere il re a revocare il decreto sfavorevole a loro.
Neemia, era un uomo spirituale e un uomo di preghiera; sapeva che i problemi dei figli d’Israele era il risultato dei loro peccati e, in uno spirito di umile confessione, portò la questione davanti a Dio chiedendogli il Suo aiuto (Neemia 1:4-11).
Per quattro mesi Neemia pregò sulla questione (Neemia 1:1; 2:1). 
Era quindi pienamente preparato quando si presentò l'occasione di parlarne con il re. 
Il risultato fu che ricevette il permesso di tornare e di portare a termine l'opera di ricostruzione che aveva progettato. 
Gli fu dato anche il materiale da costruzione necessario (Neemia 2:1-8). Probabilmente questo fu il momento in cui fu nominato governatore di Gerusalemme (cfr. Neemia 5:14).
Quindi, ciò che vediamo di Neemia è che era un uomo di Dio e un uomo di preghiera, infatti più volte nel libro di Neemia si legge che Neemia pregava (Neemia 1:4-11; 2:1; 4:3,5,9; 5:15, Neemia 6:9-14; 7:2; Neemia 8:6,10; 9:4-5,33;10:29; 12:43; Neemia 13:22-23). 
Neemia 2:4, riporta la registrazione di una di queste preghiere e ci dà delle istruzioni sul tema della preghiera.
Prima di tutto vediamo:

Romani 4:18: Credere nel Dio che rende possibile l’impossibile (2)

 Romani 4:18: Credere nel Dio che rende possibile l’impossibile (2) Nel cammino di fede cristiana, ci troviamo spesso di fronte a situazioni...

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