Giobbe 2:9: Un consiglio insensato!
Kristin Armstrong scrive: “Spesso le circostanze della vita ci portano in luoghi in cui non avremmo mai avuto intenzione di andare. Visitiamo alcuni luoghi di bellezza, altri di dolore e desolazione”.
La vita non segue un percorso lineare e prevedibile. Le circostanze possono cambiare improvvisamente, portandoci in circostanze inaspettate che non avremmo mai scelto, alcune sono meravigliose che ci riempiono di gioia e gratitudine, altre dolorose che ci mettono alla prova.
Cerchiamo di evitare a tutti i costi la sofferenza, passiamo tutta la nostra vita a cercare di evitarla, ma la sofferenza fa parte della condizione umana.
Non esiste un uomo, o una donna di Dio, che non abbia sofferto, o soffrirà!
Tutti noi abbiamo sofferto, stiamo soffrendo, o soffriremo, ma il punto è: come reagiamo alla sofferenza?
Tutto ci può essere portato via, ma abbiamo la libertà di scegliere come reagire alla sofferenza!
“Ma lascia stare Dio, e muori!” ci dice Giobbe 2:9.
Queste parole sono le parole della moglie di Giobbe rivolte proprio a lui.
Ricordiamo il contesto. Giobbe per attacco di Satana perde i suoi beni e la sua famiglia.
Satana pensava che Giobbe avrebbe rinnegato così il Signore (Giobbe 1:6-12).
Ma nonostante tutto questo, Giobbe benedice il Signore (Giobbe 1:13-21).
Non accettando la sconfitta, Satana affermò ancora che Giobbe era preoccupato solo per se stesso.
Avrebbe sacrificato i suoi beni e persino la sua famiglia, ma non lui stesso, con la sofferenza, Giobbe avrebbe rinnegato il Signore (Giobbe 2:1–5).
Dio accettò di nuovo la sfida di Satana, questa volta consentendogli di attaccare il corpo di Giobbe (Giobbe 2:6).
Satana, quindi colpì Giobbe con una malattia dolorosa e ripugnante, con un’ulcera maligna che la grattava con un coccio mentre stava seduto sulla cenere, che secondo alcuni era la discarica fuori la città dove bruciavano i rifiuti!
Daniel Estes scrive: “Il dolore causato dalla malattia della pelle lo spinge a grattarsi le piaghe con un coccio mentre è seduto nella cenere della discarica. Invece di vivere nel lusso della sua casa, Giobbe ora è ridotto al luogo frequentato da mendicanti, lebbrosi e altri emarginati nel mondo antico. Lontano dal suo status di rispettato leader civico, ora è isolato dalla vita della comunità insieme ad altri che sono rifiutati e indigenti”.
Anche una persona giusta e devota può trovarsi improvvisamente privata di tutto ciò che dava per certo: salute, casa, ricchezza, posizione sociale, persino il rispetto della comunità.
La condizione umana è una condizione fragile e precaria.
Anche i suoi tre amici che lo andarono a trovare, talmente il dolore di Giobbe era molto forte, che per sette giorni e sette notti non dissero nulla (Giobbe 2:11-13).
La reazione della moglie e la risposta di Giobbe stesso offrono spunti profondi per riflettere sulla natura della fede in tempi di avversità.
Questo testo esplora in dettaglio le dinamiche di questa interazione, analizzando le motivazioni dietro le parole della moglie di Giobbe e la fermezza della fede di Giobbe di fronte a prove estreme.
Prima di tutto vediamo:
I LA REAZIONE DELLA MOGLIE DI GIOBBE
La fede della moglie di Giobbe crollò sotto il peso insopportabile della tragedia, mentre quella di Giobbe resistette come una fortezza inespugnabile.
Nonostante il suo corpo fosse dilaniato da una malattia tanto terribile da renderlo irriconoscibile, la sua anima rimaneva ancorata a Dio (Giobbe 2:7–10).
Nella reazione della moglie di Giobbe vediamo:
A) Il sarcasmo velenoso
La moglie, invece di incoraggiare Giobbe, di vedere ancora in lui la fede e la sottomissione a Dio come una grande risorsa, gli augura di maledire Dio e di morire!
Non solo Giobbe aveva perso tutto e soffriva tanto fisicamente, ma aveva perso anche il conforto della moglie!
Invece di incoraggiare il marito, la moglie fallisce nel ruolo di sostegno emotivo e spirituale di fronte all’avversità.
La mancanza di fede e resilienza psicologica della moglie rappresenta un ulteriore peso per Giobbe.
È molto probabile che le parole della moglie furono per Giobbe più impegnative della sofferenza fisica stessa.
Non c’è niente di più brutto di quello di non sentirsi capiti, o di perdere il sostegno delle persone care!
In “ma lascia stare Dio, e muori!”, alcuni studiosi vedono come una supplica disperata per porre fine alla sofferenza di Giobbe, un suggerimento di abbandonare la sua fede in cambio di una liberazione dal dolore.
Altri vedono in questa frase, come un’amara espressione di rabbia e delusione nei confronti di Dio, mettendo in dubbio la sua giustizia e bontà nel permettere che una simile sofferenza si abbatta su un uomo giusto.
È un’accusa amara contro un Dio percepito come ingiusto e crudele.
Questo avviene ancora oggi quando in alcune persone quando sono provate dal dolore, o dalla perdita di un proprio caro, o davanti certe tragedie.
Le parole della moglie si infiltrano “con altro veleno” nelle ferite aperte della sua sofferenza dovute già “al morso del serpente velenoso” di Satana.
Le parole hanno un potere immenso: possono ferire o guarire, distruggere o edificare. Scegliamole con cura.
La moglie di Giobbe gli dice con un tono molto forte e urgente: “Lascia stare Dio, e muori!” (due verbi imperativi).
Ma “lascia stare Dio” sarcasticamente qui in Ebraico è: “Benedici Dio” (bārēk ʾĕlōhîm), che, se consideriamo la frase precedente della moglie nel v.9: “Ancora stai saldo nella tua integrità?” (v.9), ha una connotazione negativa.
In Giobbe 1:5,11 e 2:5 la stessa parola ha la connotazione negativa tradotta con “rinnegare”, mentre in 1 Re 21:10,13, la parola è tradotta con “maledire”.
Così “benedici Dio”, tradotto con: “Lascia stare Dio”, considerando anche il contesto può essere un eufemismo, o un modo ironico con un significato opposto di benedire, cioè, è maledire.
Quando le cose vanno male molte persone maledicono di Dio bestemmiando il Suo nome!
È una pratica abituale di una persona incredula maledire Dio quando si trova in difficoltà, quando affronta grossi problemi!
Nella reazione della moglie di Giobbe vediamo:
B) Lo strumento di Satana
Il dolore può offuscare la nostra visione e distorcere la nostra prospettiva, trasformando anche le persone care in strumenti di Satana.
La sofferenza di Giobbe per mano di Satana ha causato un muro pieno di spine tra il marito e la moglie, evidentemente non da parte di Giobbe.
George Whitefield sul modo di agire di Satana diceva: “La cosa più notevole è la sua sottigliezza, non avendo il potere dall’alto di prenderci con la forza, è costretto ad aspettare le occasioni per tradirci e per prenderci con l’inganno”.
Non solo Giobbe soffriva terribilmente fisicamente, ma doveva sentire queste parole dure della moglie che viene considerata da molti come uno strumento di Satana per infierire contro Giobbe, ed è così se consideriamo che la sofferenza di Giobbe da parte di Satana mirava alla distruzione della sua fede!
Parlando della moglie di Giobbe, Crisostomo l’ha definita: “Il miglior flagello del diavolo”.
Mentre Agostino l’ha chiamata: “L’assistente del diavolo” e Calvino: “Lo strumento di Satana”.
Dopo aver portato sofferenza al fisico di Giobbe, ora attraverso la moglie insinua il dubbio e lo scoraggiamento per fargli perdere la fede!
La tentazione di Satana non arriva molte volte apertamente, in modo che la sua fonte malvagia possa essere riconosciuta, ma arriva attraverso le persone in modo più sottile, con le persone più care, che a loro insaputa sono strumenti del diavolo!
Satana è astuto, egli userà chiunque, anche le persone a noi più vicine, per distruggere la nostra fede.
Quindi Satana usa tattiche subdole, anche le persone care come strumenti inconsapevoli sfruttando le debolezze emotive insinuando dubbi sulla bontà e la giustizia di Dio.
Che Dio ci aiuti a non essere strumenti di Satana! Tutti lo possiamo essere, perciò facciamo attenzione!
Dopo aver considerato la reazione, vediamo ora:
II LE RAGIONI DELLA REAZIONE DELLA MOGLIE DI GIOBBE
Satana può usare noi come suoi strumenti (cfr. per esempio Matteo 16:23; Atti 5:3; 2 Timoteo 2:26) per tentare gli altri!
Un esempio lampante è quello di Giuda quando tradì Gesù (Luca 22:3-4; Giovanni 13:2,27).
Sembra che l’influenza di Satana su Giuda sia stata graduale.
In Giovanni 13:2 suggerisce che il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda l’idea del tradimento prima dell’ultima cena.
Giuda aveva probabilmente delle debolezze che Satana ha sfruttato, e questo ci fa capire che le nostre debolezze sono il terreno fertile per le insidie di Satana.
Giovanni 12:6 ci dice che Giuda era il tesoriere del gruppo e che rubava dal denaro comune, indicando la sua avidità.
Luca 22:3 e Giovanni 13:27 descrivono un momento in cui Satana "entra" in Giuda, suggerendo un punto di non ritorno nella sua decisione di tradire Gesù.
Nonostante l’influenza di Satana, Giuda rimane responsabile delle sue azioni e sarà giudicato per questo.
Infatti, Gesù stesso dice in Matteo 26:24: "Certo, il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato”.
Paolo (cfr. per esempio Efesini 4:26-27; 2 Timoteo 2:26); Giacomo (Giacomo 4:7), e Pietro (1 Pietro 5:8-9) ci fanno capire che abbiamo la responsabilità delle nostre azioni di resistergli, e quindi la forza di poterlo fare!
Inoltre, se pensiamo che Dio non permette una tentazione che non possiamo sopportare (1 Corinzi 10:13), allora non prendiamo scuse quando siamo sconfitti dalla tentazione!
Non siamo vittime passive della tentazione. Dio ci dà la forza per resistergli.
Quali possono essere state le cause della reazione negativa della moglie di Giobbe?
Una causa potrebbe essere stata:
A) Lo stress emotivo
Come vediamo anche in molti Salmi nell’Antico Testamento, lamentarsi è umano, e certamente non è stato facile per la moglie di Giobbe, poteva avere uno stress emotivo molto forte; avevano perso tutto: beni, i figli, il marito aveva terribili sofferenze.
Warren Wiersbe scrive riguardo la moglie di Giobbe: “Aveva perso dieci figli in un giorno, e questo sarebbe stato sufficiente a devastare qualsiasi madre. La ricchezza di famiglia era sparita e lei non era più la ‘principessa’ del paese. Suo marito, un tempo l’uomo più grande dell’Oriente (Giobbe 1:3), ora era seduto nella discarica della città, sofferente per una terribile malattia. Cosa le era rimasto? Piuttosto che guardare suo marito consumarsi nel dolore e nella vergogna, avrebbe preferito che Dio lo colpisse a morte e facesse subito la cosa giusta”.
Il suo invito a maledire Dio e morire nasce da uno stato di disperazione e incapacità di accettare, o comprendere tutta quella sofferenza.
Può essere stato anche:
B) Un meccanismo di difesa
Secondo il suo consiglio, è evidente che la moglie di Giobbe è disposta a rinunciare all’integrità in cambio della fine del dolore, cosa che Giobbe si rifiuta di fare.
Un meccanismo di difesa psicologico per proteggersi dall’angoscia di vedere l’amata persona soffrire in modo così atroce.
Arrabbiata con Dio, suggerendo la maledizione a Dio e la morte, in un certo senso, stava provando a porre fine alla sofferenza del marito e di conseguenza al proprio tormento interiore.
È come se dicesse: “Non ce la faccio più a vederti soffrire. Rinuncia alla tua fede, perché ti sta solo portando dolore”.
La reazione della moglie di Giobbe non è un caso isolato.
La sofferenza può farci mettere in discussione Dio, ma la fede ci invita a confidare nel Suo piano, anche quando non lo comprendiamo.
Molte persone, di fronte alla sofferenza, mettono in dubbio la bontà e la giustizia divina, si ribellano a Dio; la loro fede come quella della moglie di Giobbe, viene messa a dura prova.
La moglie di Giobbe:
C) Aveva perso la prospettiva della fede in Dio
Viktor Frankl, sopravvissuto all’Olocausto e fondatore della logoterapia disse: "Se c’è uno scopo nella vita, ci deve essere uno scopo nella sofferenza e nella morte…Colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come".
Frankl, attraverso la sua esperienza nei campi di concentramento, ha compreso che anche nelle situazioni più estreme, una persona ha la capacità di affrontare anche una terribile sofferenza se ha uno scopo nella vita perché crede che anche in questa c’è uno scopo.
Second Frankl la persona che è convinta che c’è uno scopo nella sofferenza, può decidere il modo come può affrontarla anche se è dura!
Frankl ci invita in un certo senso a non essere vittime passive della sofferenza!
La base di questa è avere uno scopo, questo permetterà all’individuo di superare le avversità e di trovare la forza di andare avanti, anche nelle circostanze più difficili.
A maggior ragione è valido per noi cristiani.
La sofferenza è più sopportabile se ci fidiamo di Dio, nel momento che l’accettiamo, la interpretiamo e crediamo che abbia un significato e uno scopo secondo la rivelazione e la verità di Dio, anche se lì per lì non conosciamo i dettagli.
Accecata dal dolore, la moglie aveva perso la fede e la prospettiva più ampia che dietro la sofferenza c’è un piano benevolo di Dio!
Le lezioni più profonde e importanti della vita sono spesso scritte con le lacrime della sofferenza.
Versetti come Romani 8:28-29 e Giacomo 1:4 ci dicono che anche nelle prove più difficili, Dio ha un piano benevolo per noi, che è quello della nostra crescita spirituale!
Siamo chiamati allora a perseverare e a gioire, per quello che la sofferenza produce in noi.
La sofferenza è un visitatore indesiderato nella vita di ogni credente, ma è proprio in questi momenti che la nostra fede viene messa alla prova, affinata e modella il nostro carattere.
Quindi, la sofferenza modella il carattere cristiano! Ci santifica!
Philip Graham Riken scrive: “In effetti, è difficile identificare un’esperienza che sia uno stimolo maggiore alla crescita spirituale dell’esperienza della sofferenza. I fiori della santità sono innaffiati dalle lacrime dell’afflizione".
La moglie di Giobbe non riusciva a capire perché egli mantenesse così saldamente la sua integrità nonostante quella sofferenza atroce.
Non nega l’integrità del marito, piuttosto, lo riprende perché persiste ancora in essa!
“Integrità” (tûmmā) indica irreprensibilità, uno stato, o condizione di bontà morale, con un focus di non avere colpa, o peccato (Giobbe 2:3, 9; 27:5; 31:6; Proverbi 11:3), o di completezza per quanto riguarda la propria relazione con Dio, equivalente a devozione.
Questa parola e i suoi affini denotano una persona la cui condotta è completamente in accordo con le norme morali e religiose di Dio e il cui carattere è di assoluta onestà, senza frode.
Questa donna era esasperata dal fatto che Dio non abbia mantenuto il suo devoto marito nella buona salute che meritava.
E come se gli stesse dicendo: “Insisti ancora a mantenere la tua integrità? A cosa ti è servito?”.
Oppure, o anche: “Tu rimani ancora integro, ma a che ti serve se stai ancora soffrendo! Non hai alcun conforto e sei solo con la tua angoscia!”
Ora, la reazione della moglie di Giobbe, pur comprensibile nella sua disperazione, ci ricorda la potenza delle tentazioni di Satana.
Le sue parole, cariche di sarcasmo e rabbia, sono un monito a non permettere che la sofferenza offuschi la nostra fede.
La storia della moglie di Giobbe ci insegna che la sofferenza può mettere a dura prova la nostra fede e la nostra relazione con Dio.
Questo ci permette di riflettere sulla condizione umana e come a volte la fede possa essere fragile di fronte al dolore.
Molte volte abbiamo difficoltà a vedere oltre il nostro dolore, perché il dolore offusca le nostre menti e può indurirci, ma dobbiamo provarci!
Come cristiani, siamo chiamati a guardare oltre il dolore presente e a porre la nostra speranza in Dio!
La perseveranza e la fede di Giobbe, nonostante le prove, ci ricordano che anche nelle circostanze più difficili possiamo trovare conforto e forza in Dio!
Se: “Tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio”, come dice Romani 8:28, nonostante siamo nella sofferenza, possiamo mantenere una prospettiva positiva e confidare nel piano sovrano e d'amore di un Dio fedele e saggio!
Mentre sua moglie rappresenta la fragilità umana di fronte al dolore, Giobbe incarna una fede che trascende le circostanze, offrendo un modello di risposta spirituale che possiamo seguire anche oggi.
Vediamo:
III LA RISPOSTA DI GIOBBE
Giobbe nel v.10 le risponde: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”
Giobbe stava difendendo non solo se stesso, ma la verità di Dio, mostrandoci che la fede autentica non può tollerare compromessi.
La perseveranza di Giobbe, di fronte alle avversità, diventa un esempio ispiratore per tutti coloro che cercano di mantenere la loro fede in mezzo alle tempeste della vita.
Non so se lo abbia fatto con Corrie Ten Boom. Corrie Ten Boom era una cristiana olandese che, insieme alla sua famiglia, aiutò molti Ebrei a sfuggire all’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. Arrestata e imprigionata nel campo di concentramento di Ravensbrück, perse sua sorella Betsie e visse condizioni disumane. Eppure, anche in quel luogo disumano, Corrie mantenne la sua fede.
Dopo la guerra, scrisse: "Non esiste fossa così profonda che Lui non sia più profondo ancora".
Come Giobbe, Corrie soffrì tantissimo, ma scelse di rimanere fedele a Dio, trasformando poi la sua sofferenza in un ministero mondiale di riconciliazione e perdono.
Nella risposta di Giobbe vediamo:
A) La riprensione
“Tu parli da donna insensata!
Con una ferma determinazione, Giobbe rimproverò sua moglie.
Non dando spazio al suo suggerimento, etichettò il suo consiglio come quello che proviene da donne insensate (ʾaḥaṯ hannəḇālôṯ).
Giobbe dichiarò che il consiglio della moglie era stupido, una pazzia.
“Insensata” (hannəḇālôṯ - plurale) indica una persona sciocca che manca di buon senso, una persona folle.
“Insensata” è una persona stolta sia intellettualmente che moralmente, qualcuno che rinuncia completamente alle vie di Dio.
La persona insensata è qualcuno che, all’interno di una particolare sfera d’influenza, non conta nulla, non ha nulla da offrire, non dà alcun aiuto, non incute rispetto, non è nulla, è inutile, senza valore socialmente, senza Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:6,21; Giobbe 30:8; Salmo 14:11; 53:2; 74:18; Ezechiele 13:3).
Così “insensata” evidenzia la gravità del consiglio di sua moglie rispetto alla volontà di Dio!
La riprensione di Giobbe verso sua moglie non è fine a se stessa, né nasce da una fredda superiorità morale.
Piuttosto, è radicata in una verità più profonda che Giobbe esprime immediatamente dopo:
B) L’accettazione
L’accettazione sovrana della volontà di Dio, sia del bene che del male.
Giobbe dice: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”
Joni Eareckson Tada ci offre un esempio potente di accettazione. A soli 17 anni, un incidente di tuffo la lasciò tetraplegica. Nei primi giorni dopo l’incidente, Joni lottò con la rabbia, la depressione e persino pensieri suicidi, chiedendosi come un Dio amorevole potesse permettere una simile tragedia. Come la moglie di Giobbe, fu tentata di maledire Dio e morire.
Tuttavia, attraverso un percorso doloroso di fede, Joni giunse ad accettare la sua condizione come parte del piano di Dio per la sua vita.
Oggi, dopo più di 50 anni di paralisi, è diventata una voce influente per milioni di persone con disabilità in tutto il mondo, un’artista che dipinge con la bocca, un’autrice e una cantante.
“Dio permette ciò che odia per compiere ciò che ama”, ha scritto Joni.
Come Giobbe, ha scoperto che accettare sia il bene che il male dalla mano di Dio può portare a una testimonianza di fede che ispira generazioni.
Con questa frase, Giobbe riconosce la sovranità di Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:39; Isaia 45:7).
La sovranità di Dio non è negoziabile!
La nostra fede deve sottomettersi al Suo piano, anche quando è doloroso.
La storia di Giobbe ci invita a perseverare nella fede e a sottometterci alla sovranità di Dio, anche quando le circostanze sembrano oscure e ingiuste.
Essa ci ricorda che la nostra speranza non è fondata su ciò che vediamo, ma su ciò che crediamo riguardo Dio!
Rifiutando il consiglio insensato della moglie, “Giobbe voltò le spalle alla ricerca di una falsa via di fuga dalla sua sofferenza ed espresse la sua incrollabile fedeltà a Dio” (John E. Hartley).
Giobbe nonostante il consiglio insensato della moglie rimase fermo nella fede e nella sottomissione a Dio!
La totale sottomissione di Giobbe a Dio nel bene e nel male è chiara nella sua risposta.
Giobbe ci fa capire che i fedeli devono esprimere la loro fiducia in Dio indipendentemente dalle circostanze che li colpiscono.
Il verbo “accettare” (qāḇal) descrive una partecipazione attiva e positiva a ciò che Dio ha decretato, non una semplice ricezione passiva!
Il “bene” e il “male” non sono in senso morale.
“Bene” (ṭôḇ) si riferisce nell’essere prospero, avere circostanze favorevoli e assenza di problemi nella vita, o di avversità, il che implica l'accumulo di molti beni (cfr. per esempio Deuteronomio 5:33; 30:9; Salmo 25:13; 119:122; 122:9; Geremia 15:11; 17:6; 32:39; Lamentazioni 3:38; Ezechiele 36:11).
La parola tradotto con “male” (raʿ) è il contrario di bene, quindi avversità, danno, grande dolore, malattia, cioè, avere un alto grado di dolore fisico e disagio, tormento orribile (cfr. per esempio Genesi 31:29; Deuteronomio 28:59; 2 Cronache 21:19; Salmo 10:6; 23:4).
Accettare il bene e rifiutare il male dalla mano di Dio è un’incoerenza. La fede autentica abbraccia entrambe le realtà.
La moglie di Giobbe, anche come tanti oggi, aveva l’idea preconcetta errata che chi ha la fede in Dio non deve avere problemi! Non può soffrire! Deve solo prosperare!
Ma una domanda che dobbiamo porci è: “Una persona adora Dio per amore genuino per Dio, o principalmente per la benedizione di Dio?”
In questo periodo difficile in cui la moglie, non riuscendo a comprendere il disegno divino dietro la sofferenza di Giobbe, lo esorta a rinunciare alla sua fede e alla sua integrità di fronte a Dio pur di liberarsi dal dolore.
Questa donna aveva certamente una visione egocentrica e materialista del rapporto con Dio, della serie: “Fede=benessere!”
Credere per avere prosperità, è una fede utilitarista!
Questo contrasta con la reazione di Giobbe, che pur nell’estrema afflizione, non rinnega Dio, ma accetta con pazienza e fede le prove che gli sono state imposte.
Quindi non dobbiamo amare i doni di Dio che siano materiali, o spirituali, ma la Sua persona! (cfr. per esempio Deuteronomio 6:5; Matteo 22:37-39).
C’è sempre il rischio di cercare Dio e di usarlo come nostro “maggiordomo” per soddisfare le nostre richieste!
E quindi di amare i doni più del Donatore! Questo significherebbe essere idolatri.
Dio non è il tuo maggiordomo che fa ciò che tu vuoi, quando tu vuoi e come tu vuoi!
Oggi molti pensano a Dio, come una sorta di lampada di Aladino per compiere grandi imprese, o piccoli miracoli a nome di chiunque lo invochi per soddisfare i loro bisogni.
Il Signore è per loro “il Dio utilitario”, il Dio che soddisfa tutte le preghiere, tutti i nostri desideri, i nostri scopi!
A riguardo Tom Wells scrive: “È l’epoca del ‘dio’ utilitario, il dio che si vuole usare per i nostri fini. Se volete ottenere felicità e successo è sufficiente avvicinarsi con la giusta formula questo dio, che aspetta dietro le quinte, pronto a darvi quanto il vostro cuore desidera”.
Che il Signore ci aiuti a non avere una fede utilitarista in un Dio utilitario!
Giobbe ci insegna che la fede non è utilitaristica, essa non è un baratto, ma essa è amore verso Dio, in ogni caso.
CONCLUSIONE
La storia di Giobbe e la sua interazione con sua moglie ci offre una lente d’ingrandimento sulla complessità dell’esperienza umana di fronte alla sofferenza, ci offre preziose lezioni sulla natura della fede e sul nostro rapporto con Dio.
Mentre la moglie di Giobbe rappresenta una reazione umana comprensibile di fronte al dolore insopportabile, la risposta di Giobbe incarna una fede profonda e incrollabile che anche noi oggi possiamo avere!
Questa narrazione ci invita a riflettere sulla qualità della nostra fede: amiamo Dio per ciò che è, o solo per i benefici che ci dà, o che può offrirci?
Siamo pronti ad accettare sia il bene che il male dalla Sua mano, riconoscendo che il Suo piano può andare oltre la nostra comprensione immediata?
La perseveranza di Giobbe ci ricorda che la vera fede non è un amuleto per assicurarsi una vita senza sofferenza, ma è un ancoraggio solido che ci sostiene nelle tempeste della vita.
È un dono prezioso che ci permette di trovare significato e speranza anche nelle prove più difficili.
La perseveranza di Giobbe ci ricorda che la vera fede resiste anche nelle circostanze più difficili, e che non dovremmo vedere Dio come un mero strumento per soddisfare i nostri desideri.
Piuttosto, siamo chiamati a una relazione autentica e profonda con Lui, basata sull’amore e sulla fiducia, indipendentemente dalle circostanze che viviamo.
La vera fede non è una polizza assicurativa contro il dolore, ma è un’àncora che ci tiene saldi quando le onde minacciano di travolgerci.
È una fiamma che arde anche nel vento più gelido della sofferenza.
Quando il dolore bussa alla nostra porta - e busserà - ricordiamoci di Giobbe.
Quando le voci intorno a noi, o dentro di noi, sussurrano di abbandonare Dio, ricordiamoci della risposta risoluta di Giobbe alla moglie quella che dobbiamo accettare tutto quello che ci dà Dio, compresa la sofferenza.
L’integrità di Giobbe non era in vendita.
La sua fede non era condizionata dalle circostanze.
…C’è un grande pericolo di una fede basata solo sulla prosperità!
In un’epoca in cui molti cercano un "dio utilitario", un dio-bancomat che dispensa benedizioni a richiesta, la storia di Giobbe ci sfida a cercare una fede più profonda e matura, capace di resistere alle prove della vita e di trovare significato anche nella sofferenza e di ringraziarlo e adorarlo sempre.
Se stiamo vivendo un periodo difficile di grande sofferenza, accettiamolo con fede e serenità, perché Dio ha un piano per noi anche se non lo capiamo (cfr. per esempio Romani 8:28-29).
Inoltre, dobbiamo stare attenti a non essere strumenti di Satana per far male a chi già sta male, le parole hanno un grande peso, possono portare vita, o morte (Proverbi 18:21).
Il sostegno reciproco, basato sulla verità e la fede in Dio, nei momenti di difficoltà è molto importante.