Luca 4:16-17: Gesù nella sinagoga di Nazaret
Il momento in cui Gesù entra nella sinagoga di Nazaret rappresenta uno dei passaggi più significativi del Suo ministero terreno.
In questa scena, vediamo il Figlio di Dio tornare nella città dove è cresciuto, partecipare al culto come aveva fatto tante volte prima e rivelare la Sua identità attraverso le antiche parole del profeta Isaia.
Questo episodio ci offre preziosi insegnamenti sulla fedeltà nel culto comunitario, sull’importanza centrale della Parola di Dio e sul modo in cui la grandezza divina si manifesta nei luoghi più umili.
La sinagoga di Nazaret diventa il palcoscenico dove l’ordinario si incontra con lo straordinario, dove il familiare si intreccia con il divino.
Cominciamo col vedere:
I IL LUOGO (v.16)
Nel v.16 è scritto: “Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga”.
Nel luogo prima di tutto vediamo:
A) La città
“Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato”.
La città dove andò Gesù dopo la tentazione nel deserto è Nazaret, una città della Galilea, città della madre, la vergine Maria e del padre adottivo, Giuseppe (Luca 1:26-27; 2:4)
A Nazaret Gesù è stato nutrito e accudito (allevato- tethrammenos – perfetto medio participio), finché non è diventato adulto, quindi è il posto dov’è cresciuto ci dice Luca in questo versetto, ma com’è scritto altrove (Matteo 2:23; Luca 2:39,51-52).
Luca dichiara diverse volte che Gesù è cittadino di Nazaret (Luca 1:26; 2:4,39,51; Atti 10:38).
La gente di Nazaret conosceva Gesù, lo avevano visto crescere fisicamente e spiritualmente (Luca 2:52), molti di loro avevano giocato con Lui per le strade, altri lo conoscevano come falegname, infatti come il padre Giuseppe, era un falegname (Matteo 13:55; Marco 6:3).
Questo mestiere era comune in una comunità rurale, dove la produzione di strumenti e arredi per la casa era fondamentale; Gesù stesso, crescendo, ha imparato questo mestiere.
Ma a quel tempo non aveva ancora compiuto miracoli né proclamato apertamente la Sua messianicità.
Per questo motivo, dopo aver sentito parlare della sua crescente fama (cfr. per esempio Luca 4:14), i cittadini di Nazaret, erano curiosi di vederlo di nuovo personalmente e di ascoltarlo.
Oggi, a causa dell'identificazione di Gesù Cristo con la città, è un nome ben noto ai nostri giorni, meta di pellegrinaggio mondiale, o turismo religioso.
A Nazaret, sono stati costruiti numerosi santuari e chiese, tra cui la Basilica dell'Annunciazione, che ricorda il luogo dove l’angelo Gabriele annunciò a Maria che avrebbe concepito Gesù.
Ma se Cristo non avesse vissuto a Nazaret per quasi trent’anni, la città sarebbe probabilmente sconosciuta oggi e non sarebbe altro che una nota molto insignificante nella storia, nella migliore delle ipotesi.
Nazaret aveva una sola sorgente di acqua fresca, non è menzionata nell'Antico Testamento, negli Apocrifi, negli scritti Ebraici interterstamentari, o nelle storie di Giuseppe Flavio, il che suggerisce la sua scarsa importanza prima della sua associazione con Gesù.
Inoltre, dagli scavi archeologici, sembra che Nazaret fosse piuttosto povera e dalla Bibbia sappiamo che non aveva una buona reputazione, o era considerata insignificante, come attestato dal commento di Natanaele: “Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?” (Giovanni 1:46).
La cattiva reputazione della città, o la sua insignificanza, era probabilmente dovuta a diversi fattori, tra cui un dialetto poco raffinato, una mancanza di cultura e forse una certa dose di irreligiosità e lassismo morale.
Da un villaggio insignificante e disprezzato, Dio ha fatto sorgere la Luce del mondo! (cfr. per esempio Giovanni 8:12).
Nazaret ci insegna che la grandezza divina si manifesta nei luoghi più umili!
Molti possono vedere in questo un pellegrinaggio mondiale, o turismo religioso, ma comunque c’è stata una trasformazione di Nazaret da villaggio dimenticato insignificante a essere famosa in tutto il mondo!
Ciò che fa la differenza è la presenza attiva del Signore che trasforma l’ordinario in straordinario, dà onore a ciò che è disprezzato, significato a chi è considerato insignificante!
Nessun luogo, persona, o situazione è troppo insignificante per essere trasformata da Dio!
Se Dio ha potuto usare Nazaret, può usare qualsiasi luogo, situazione, o persona!
Le nostre "Nazaret" personali possono diventare luoghi di testimonianza della presenza e della potenza di Dio!
La grazia di Dio può fiorire nei luoghi più improbabili con le persone che nemmeno ci aspettiamo!
Pertanto, non dobbiamo disprezzare le piccole realtà, o situazioni apparentemente insignificanti perché Dio spesso sceglie di operare proprio dove meno ce lo aspettiamo!
La grandezza spirituale non dipende dal prestigio umano, anche le "piccole" chiese, o ministeri possono essere potentemente usati da Dio!
Nel luogo vediamo:
B) La sinagoga
Leggiamo ancora nel v.16: “Com’era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga”.
Anche se era il perfetto Figlio di Dio, Gesù partecipava alle funzioni religiose regolarmente; non considerava superflua la partecipazione al culto pubblico.
Questo ci insegna che la dimensione comunitaria della fede non è opzionale, ma essenziale per la vita spirituale.
Nonostante fosse consapevole dei limiti e delle imperfezioni del sistema religioso del Suo tempo, Gesù non rifiutò di partecipare ai luoghi di culto; le usò invece come piattaforma per portare il Suo messaggio.
Gesù utilizzava questi luoghi di ritrovo pubblici per predicare, insegnare e guarire le persone, poiché era il luogo in cui si praticava la pietà popolare e dove gli abitanti del luogo si riunivano per pregare, ascoltare la lettura e il messaggio delle Sacre Scritture, cantare e socializzare.
Ogni sabato, i devoti si riunivano per adorare Dio nella sinagoga locale.
Nella sinagoga vediamo prima di tutto:
(1) La costanza di Gesù
Gesù è presentato come un devoto Ebreo praticante, frequentava regolarmente la sinagoga, ma solo qui (Luca 4:16) troviamo scritto: “Com’era solito”, letteralmente: “Secondo la consuetudine sua” (kata to eiōthos autō), e questo ci mostra che questa era una Sua abitudine regolare, era come era solito fare, come aveva sempre fatto (Matteo 27:15; Marco 10:1; Atti 17:2).
Questo è stato interpretato in due modi.
La prima interpretazione dice che era Sua abitudine fin da quando era ragazzo frequentare la sinagoga di sabato.
Secondo questa interpretazione, Gesù partecipava regolarmente alle funzioni della sinagoga, riflettendo la Sua fedeltà alle pratiche religiose Ebraiche, questo è grazie anche alla devozione dei Suoi genitori che osservavano la legge, umanamente parlando aveva un buon esempio (cfr. per esempio Luca 2:41).
Giuseppe Flavio parlando di Mosè in relazione ad ascoltare la sua Legge ogni settimana scriveva: “Egli stabilì che la Legge fosse la forma più eccellente e necessaria di istruzione, ordinando, non che dovesse essere udita una volta per tutte, o due volte, o in diverse occasioni, ma che ogni settimana gli uomini abbandonassero le loro altre occupazioni e si riunissero per ascoltare la Legge e per ottenere una conoscenza completa e accurata di essa, una pratica che tutti gli altri legislatori sembrano aver trascurato”.
La seconda interpretazione è che era Sua abitudine nel Suo ministero pubblico andare alla sinagoga di sabato per insegnare.
Secondo questa interpretazione, l’abitudine di frequentare una sinagoga, si riferisce alla Sua pratica d’insegnamento (cfr. per esempio Matteo 4:23; 9:35; 12:9; 13:54; Marco 1:21,39; 3:1; 6:2; Luca 4:15, 16, 44; 6:6; 13:10; Giovanni 6:59; 18:20).
È già menzionato in Luca 4:15 che Gesù insegnava nelle sinagoghe prima di arrivare a Nazaret.
Dunque, la nota di Luca, descrive Gesù che assisteva non come un uditore, ma come un insegnante.
La narrazione inizia che Gesù si alzò per leggere (Luca 4:16), termina con la sinagoga che si alza per cacciarlo dalla città e gettarlo da una rupe perché evidentemente non accettarono il Suo insegnamento (Luca 4:29).
È emblematico che proprio nella sinagoga di Nazaret, dove era cresciuto e dove tutti lo conoscevano, Gesù abbia incontrato la resistenza più forte.
Questo ci ricorda come la familiarità possa talvolta diventare un ostacolo alla percezione della verità spirituale.
Gesù non era un semplice spettatore nella sinagoga, ma partecipava attivamente attraverso la lettura e l’insegnamento.
Questo ci esorta a non essere semplici consumatori nella chiesa, ma a mettere a disposizione i nostri doni per l’edificazione comune (cfr. per esempio 1 Corinzi 12)
Il fatto che Gesù continuasse a insegnare nelle sinagoghe nonostante le crescenti opposizioni dimostra un coraggio radicato nella fedeltà alla Sua missione.
La Sua costanza non era mera routine, ma espressione di una determinazione profonda nel compiere la volontà del Padre.
Gesù ci insegna allora a essere coraggiosi, nonostante le opposizioni al Vangelo!
L’esperienza di Gesù a Nazaret ci prepara oggi, alla possibilità di incomprensioni e resistenze, persino da parte di persone che ci conoscono bene.
Questo non deve scoraggiarci dal vivere e proclamare la verità di Dio.
Se hanno trattato male Gesù, tratteranno male anche i Suoi discepoli (cfr. per esempio Giovanni 15:18-20; Atti 14:22-22).
I primi discepoli di Gesù avevano coraggio nel predicare il Vangelo in un mondo ostile a loro! (cfr. per esempio Atti 4:13,23-31; 7:54-60; 2 Corinzi 4:7-11; 11:16-32).
La determinazione di Gesù nel continuare il Suo ministero nonostante le opposizioni ci incoraggia a perseverare nelle difficoltà, confidando che Dio può usare anche le situazioni ostili per i Suoi scopi.
La sinagoga era:
(2) Il centro della vita comunitaria
La sinagoga (synagōgēn) non era semplicemente un edificio religioso per il culto, ma rappresentava il cuore pulsante della comunità Ebraica, dove l’assemblea si riuniva anche per l’istruzione ed era ancora, il fulcro sociale, luogo di accoglienza e sostegno.
James R. Edwards scrive: “La sinagoga era il nucleo religioso, sociale ed educativo di una comunità Ebraica. A differenza del tempio di Gerusalemme, dove i sacerdoti sacrificavano animali sull’altare, le sinagoghe Ebraiche, secondo la nomenclatura rabbinica, erano ‘sale riunioni’ o auditorium, che funzionavano principalmente come centri di culto dove la Torah veniva letta ed esposta, e secondariamente come centri comunitari, pensioni e forse scuole per bambini. C’era un solo tempio a Gerusalemme, mentre le sinagoghe, la cui derivazione greca significa semplicemente ‘luoghi di raccolta’, si trovavano in tutto il mondo mediterraneo ovunque fossero presenti dieci, o più maschi ebrei, di età pari, o superiore a tredici anni. Nella Galilea del I secolo abbondavano le sinagoghe e sono state scavate a Nazaret, Cafarnao, Betsaida, Corazin, Gennesaret, Magdala e Gamla. Il funzionario responsabile di una sinagoga era il ‘capo della sinagoga’, una posizione che includeva le responsabilità di bibliotecario, comitato di culto, custode e forse insegnante. Il capo della sinagoga non predicava, o esponeva la Torah, il che significava che l’insegnamento e l’esposizione del sabato spettavano ai laici e, in questa occasione, a Gesù.
Una tipica sinagoga Ebraica era dotata di panche lungo il perimetro dove le donne erano separate dagli uomini, e dove questi ultimi erano seduti secondo il rango e l’importanza. Candelieri, strumenti musicali (in particolare corni e trombe) e rivestimenti per pavimenti erano decorazioni standard nelle sinagoghe.
Un armadio della Torah e un podio, entrambi sollevati su una pedana, dominavano il punto focale vicino alla parte anteriore e centrale della sinagoga. Durante l’adorazione, un rotolo della Torah veniva prima estratto dalla cassa della Torah, seguito da un rotolo dei profeti, entrambi letti ad alta voce dal podio adiacente (Atti 13:15).
La Scrittura veniva letta da una posizione eretta, ma il sermone espositivo che seguiva veniva pronunciato da una posizione seduta.
Un ministro (Heb. hasan hakeneset; Gk. hypēretēs) che recuperava i rotoli dall’armadio della Torah e li restituiva, presiedeva il servizio.
Le letture delle Scritture non erano prerogativa di particolari individui, o funzionari, ma potevano essere assegnate a qualsiasi membro della congregazione, compresi i minori”.
Dunque, la sinagoga era più di un edificio: era il battito del cuore della comunità, dove la fede pulsava al ritmo delle preghiere e della Parola di Dio.
Tra quelle mura antiche, la sapienza divina delle Sacre Scritture si faceva pane quotidiano, nutrendo non solo le menti, ma anche i cuori di una comunità unita nella ricerca di Dio.
Un servizio sinagogale di sabato, senza scendere nei dettagli, aveva vari elementi: la recitazione dello Shemà che esprime l’essenza del monoteismo Ebraico (Deuteronomio 6:4-9), poi vi erano preghiere, quelle fisse come la “Tĕfillāh” e tra queste la “Shĕmōnēh ‛eśrēh”, cioè le Diciotto Benedizioni, una lettura della Legge, una lettura dei Profeti, un sermone sui passaggi letti e una benedizione finale.
Ogni maschio poteva offrirsi volontario, o essere invitato a pregare, o leggere parti della Torah, o dei Profeti.
Allo stesso modo, si poteva chiedere a qualsiasi maschio di tenere il sermone (cfr. per esempio Atti 13:15, 42; 14:1; 17:2).
Così nella sinagoga, la Parola eterna di Dio trovava dimora tra le parole degli uomini, trasformando un semplice edificio in un ponte tra cielo e terra!
Luca si sofferma solo sulla lettura dei profeti e sul commento di Gesù (Luca 4:20-21); non è interessato a delineare i dettagli di come avveniva il culto sinagogale.
David Garland a riguardo scrive: “Possiamo supporre che un servizio ordinario consistesse in preghiere e nella lettura ed esposizione delle Scritture, e Luca lo riduce a concentrarsi solo sul ruolo straordinario che Gesù svolge in questo servizio”.
Alla fine di questo sotto punto vediamo:
(3) La circostanza
v.16: “Com’era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga”.
La scena si svolge durante, il sabato in Ebraico: “Shabbat”, giorno sacro per eccellenza nell’ebraismo.
Vengono fornite due ragioni per la sua osservanza in Israele: il fatto che Dio si riposò il settimo giorno della creazione (Genesi 2:1–3; Esodo 20:8-11; 31:16-17) e il fatto che Israele fu schiavo nel paese d'Egitto e che fu tratto fuori di là con mano potente e con braccio steso (Deuteronomio 5:15).
Questo è il primo dei sei passi del sabato in Luca (Luca 4:16–30-31–37; 6:1–5, 6–11; 13:10–17; 14:1–6).
Per farlo, fu detto loro di cessare dai loro normali lavori, proprio come Dio cessò, o si fermò, dalla Sua opera di creazione il settimo giorno (Genesi 2:1–3).
Lo Shabbat, il giorno del riposo settimanale, era santo a Dio e destinato al Suo culto, era di santificazione per gli Ebrei che dedicavano quel giorno nella rinuncia di se stessi, nella rinuncia a tutto l’essere naturale e ai desideri naturali, nella più incondizionata dedizione a Dio (cfr. per esempio Esodo 20:8-11; Isaia 56:2; 58:13; Ezechiele 20:12, 21).
Lo scopo della cessazione del lavoro e di riunirsi in santa convocazione era quello di dare al popolo l’opportunità di impegnarsi in quegli esercizi mentali e spirituali che tendessero a ravvivare l’anima e lo spirito, e a rafforzare la vita spirituale.
Il sabato rivestiva un ruolo centrale nella vita di Gesù e dei Suoi contemporanei.
Era un momento di riflessione spirituale per ringraziare Dio e rafforzare i legami comunitari.
Ora, indipendente dal fatto se la consuetudine di Gesù era prima il Suo ministero, o durante, comunque ci ricorda che Gesù regolarmente andava in Sinagoga e che una buona salute spirituale ha bisogno di regolarità.
Se il Figlio di Dio scelse di immergersi nella comunità imperfetta della sinagoga quanto più noi abbiamo bisogno di questa umiltà!
Come discepoli di Gesù, anche noi dovremmo avere quest’abitudine di essere presenti e di partecipare regolarmente ai vari incontri in chiesa che siano giorni di preghiera, di studio biblico e culto domenicale.
La vita spirituale fiorisce nella regolarità del culto (cfr. per esempio Atti 2:42; Efesini 3:18-19; 4:7-16) proprio come Gesù ci ha mostrato attraverso la Sua fedele presenza nella sinagoga.
Nella regolarità del culto troviamo non solo nutrimento personale, ma anche l’opportunità di essere sostegno per gli altri.
In Ebrei 10:24-25 leggiamo l’esortazione: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno”.
Possiamo giustificarci per non andare in chiesa dicendo: “La musica è troppo vecchia”, o "non ci ricavo nulla”, oppure “il sermone è troppo lungo”; o ancora “l’edificio è troppo freddo, o troppo caldo”. E così via.
Certo ci possono essere validi motivi per questioni di salute, oppure di lavoro, o di eresie, o se non si valorizzano i doni spirituali, o se si tollera il peccato, ma la vita di Gesù ci fa capire che dovremmo essere regolari nel frequentare una chiesa dove al centro c’è la predicazione della Parola di Dio!
Le scuse per evitare la chiesa possono essere infinite, ma la benedizione della comunione fraterna è insostituibile (cfr. per esempio Salmo 133).
J.C. Ryle ci fa riflettere quando dice: "Non dobbiamo dubitare che questa parte del comportamento di nostro Signore contenga una lezione pratica per noi. Egli vuole che sappiamo che non dobbiamo abbandonare con leggerezza un’assemblea di fedeli che professa di rispettare il nome, il giorno e il libro di Dio. Ci possono essere molte cose in una tale assemblea che potrebbero essere fatte meglio. Può mancare la pienezza, la chiarezza e la distinzione della dottrina predicata. Può mancare l’unzione e la devozione nel modo in cui si svolge il culto. Ma fintanto che non viene insegnato un errore positivo e non c’è scelta tra adorare in un’assemblea di questo tipo e non avere alcun culto pubblico, un cristiano deve riflettere molto prima di allontanarsi. Se nella congregazione ci sono solo due, o tre persone che si riuniscono nel nome di Gesù, viene promessa una benedizione speciale. Ma non c’è una benedizione simile promessa a chi rimane a casa”.
Non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalle imperfezioni che possiamo trovare, né pensare che la nostra maturità spirituale ci renda superiori al bisogno di comunione fraterna nel frequentare una chiesa.
La maturità spirituale non ci rende superiori al bisogno di comunione, ma ci aiuta a vedere più profondamente il suo valore.
Ci possono essere alcune cose che non condividiamo, che non sono perfette, ma come ci ricorda anche William Barclay: “Era abitudine di Gesù andare alla sinagoga di sabato. Ci devono essere state molte cose con cui era radicalmente in disaccordo e che lo irritavano, eppure ci andava. Il culto della sinagoga poteva essere ben lungi dall’essere perfetto; eppure, Gesù non omise mai di unirsi al popolo che adorava Dio nel giorno di Dio”.
Vediamo:
II IL LIBRO (vv.16-17)
Nei vv.16-17 leggiamo: “Alzatosi per leggere, gli fu dato il libro del profeta Isaia”.
Un inserviente (Luca 4:20) diede a Gesù il libro del profeta Isaia.
Gesù si alzò con lo scopo di leggere (anagnōnai – aoristo attivo infinito di scopo), e gli fu dato il rotolo del profeta Isaia.
Non è casuale che legga proprio questo passo (Isaia 61:1-2), poiché rappresenta una profezia messianica che Gesù poco più avanti dischiarerà che si è adempiuta in Se Stesso (vv.20-27).
La profezia messianica di Isaia diventa nelle mani di Gesù uno strumento di auto-rivelazione.
Il momento della lettura pubblica si trasforma in un’occasione di proclamazione della propria identità e missione.
In questo punto vediamo due aspetti; il primo aspetto è:
A) La pratica di leggere le Sacre Scritture
Nella pratica di leggere Sacre Scritture vediamo:
(1) I particolari
Il servizio della sinagoga aveva un certo numero di letture delle Sacre Scritture.
Secondo Atti 13:15 le letture provenivano sia dalla legge, la Torah, cioè i libri di Mosè, il Pentateuco, che dai profeti.
Un addetto alla sinagoga dava al lettore un rotolo da leggere, infatti è scritto in Luca: “Gli fu dato il libro del profeta Isaia”, il libro (biblion) letteralmente è il rotolo.
I rotoli delle Sacre Scritture erano tenuti al sicuro nelle sinagoghe, le persone non avevano copie delle Sacre Scritture come noi oggi, abbiamo tante Bibbie, perfino nello smartphone!
Dopo la lettura, c’era un commento, e a volte, dopo la lettura, ad altri, specialmente ai visitatori illustri e qualificati, veniva data l’opportunità di parlare, di istruire come ha fatto Gesù e com’è farà Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, dove i capi della sinagoga lo invitarono a parlare (Atti 13:15).
Quindi come vediamo sia dal nostro testo di Luca, o di Atti nel sabato la sinagoga era in particolare il luogo per la lettura e l'esposizione delle Sacre Scritture.
La sinagoga di Nazaret ha avuto:
(2) Il privilegio
Il privilegio di ascoltare Gesù!
È molto probabile che a Gesù fu chiesto in anticipo di prendersi carico della lettura e del sermone dai capi, o dal capo della sinagoga, cosa che sarebbe stata normale, altrimenti Luca avrebbe sicuramente sottolineato l’insolita iniziativa di Gesù nel fare questo.
È molto probabile, che Gesù non era un ospite come lo fu Paolo ad Antiochia di Pisidia, era un membro della sinagoga; quindi, non è stato sorprendente che gli abbiano chiesto di leggere una delle letture delle Sacre Scritture.
Certo è stato un enorme privilegio per la sinagoga di Nazaret far leggere le Sacre Scritture a Gesù, e anche averlo avuto presente alle loro funzioni per un certo numero di anni.
Eppure, nonostante questi privilegi straordinari, essi lo rigettarono! (Luca 4:228-29).
Il privilegio benché possa essere un vantaggio, non garantisce la fede, e in caso di rigetto intensifica anche il giudizio (cfr. per esempio Matteo 11:20-24)
Vediamo:
(3) La postura
Sia chi leggeva, come ha fatto Gesù qui, e molto probabilmente anche, chi ascoltava, stavano in piedi (cfr. per esempio Neemia 8:1-8) come forma di rispetto per la Parola di Dio.
Dopo la lettura c’era l’insegnamento che avveniva di solito (Luca 4:20; cfr. per esempio Matteo 5:1-2; 26:55), ma non sempre in piedi, per esempio Paolo nella sinagoga di Antiochia ha insegnato in piedi (Atti 13:16).
Il secondo aspetto è:
B) Il passaggio nella lettura delle Sacre Scritture
Nel v.17 troviamo: “Gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto:…”.
Ci sono due aspetti che risaltano.
Prima di tutto vediamo:
(1) La scelta dal libro di Isaia
A Gesù fu chiesto di leggere, ma gli studiosi sono divisi sul fatto se sia stato Gesù a scegliere il libro di Isaia, o se gli è stato chiesto dai responsabili di leggere Isaia.
Luca non ci dice se c’era una sorta di lezionario, di passi prestabiliti da leggere, o se lì per lì i responsabili gli abbiano detto di leggere Isaia, è scritto solamente: “Gli fu dato il libro del profeta Isaia”.
In secondo luogo, vediamo:
(2) La scelta del capitolo di Isaia
Più che aprire il libro, Gesù srotolò il rotolo (anaptyxas ho biblion), infatti a quei tempi non c’erano libri come li conosciamo oggi, ma rotoli di pergamena di pelle di animali, o di papiro.
Nell’aprire il libro di Isaia, Cristo semplicemente srotolò i rotoli che gli erano stati consegnati dall’inserviente della sinagoga.
“Trovò” (heuren - aoristo attivo indicativo) è stato interpretato che Gesù andò di proposito a cercare il passaggio che voleva, nel senso che Gesù scelse il brano da leggere (cfr. per esempio Luca 11:9-10; 2 Timoteo 1:17) proprio quel passo di Isaia 61:1-2; quindi, continuò a srotolare la pergamena finché non trovò il passaggio che voleva leggere.
Oppure un’altra interpretazione è che si è imbattuto nel passaggio senza cercarlo, lo scelse inaspettatamente, per caso (cfr. per esempio Matteo 18:28; 27:32).
In entrambi i casi Gesù si è lasciato guidare da Dio e ha letto da Isaia.
Oppure come per la scelta del libro sono sati i capi, o il capo della sinagoga, srotolò il libro di Isaia finché non trovò il passo che poi lesse.
Indipendentemente da questo, il brano delle Sacre Scritture era molto appropriato; perché il messaggio riguardava Lui e il Suo ministero terreno (cfr. per esempio Luca 4:19-21).
Ma questo a Dio piacendo lo vedremo un’altra volta.
Quello che comunque vediamo è che la Parola di Dio era centrale nelle sinagoghe, come anche nella chiesa primitiva cosa che dovrebbe essere anche oggi per la chiesa, la predicazione dalla Bibbia deve essere l’aspetto più importante in un culto (cfr. per esempio Neemia 8:8-9; Atti 2:42; 4:31; 6:2; 13:15,27; 15:21; 17:2-3; 18:4-5,11; 20:27; Colossesi 1:25; 3:16; 2 Timoteo 2:15; 3:16-17; 4:2).
La centralità della Parola di Dio deve essere nella regolarità delle riunioni settimanali in chiesa!
La Parola di Dio non era solo un elemento del culto nella sinagoga, era il cuore pulsante dell’adorazione comunitaria!
Come la Parola di Dio occupava il posto d’onore nella sinagoga e nella chiesa primitiva, così oggi dovrebbe essere al centro della vita ecclesiale.
Purtroppo, oggi in certe chiese non è così: la musica e lo spettacolo rischiano di diventare l’obbiettivo principale; si cerca di attirare le persone con performance anziché con la Parola di Dio; l’atmosfera emozionale prevale sulla sostanza biblica; si misura il successo dal coinvolgimento emotivo anziché dalla trasformazione spirituale attraverso la Bibbia.
L’agenda della chiesa è piena di eventi e iniziative che non hanno a che fare con la predicazione della Bibbia, attività sociali prendono il posto dello studio Biblico.
La produzione video/audio diventa prioritaria, si punta più sulla presentazione che sul contenuto.
Il pragmatismo in certe chiese ha preso il sopravvento: si cerca ciò che “funziona” anziché ciò che è Biblico; le strategie di crescita numerica diventano prioritarie, si adatta il messaggio per compiacere l’uditorio, le tecniche di marketing influenzano l’approccio ecclesiale.
Molte chiese sono tentate dal consumismo spirituale: offrono ciò che la gente “vuole” anziché ciò di cui ha bisogno.
Si cerca di essere una chiesa accessibile a discapito della verità della Parola di Dio, la chiesa diventa un fornitore di servizi religiosi; i membri diventano consumatori anziché discepoli.
Si cerca di soddisfare desideri anziché i veri bisogni spirituali, e allora non si predica il peccato, il ravvedimento, la rinuncia di se stessi, la santità, la giustizia e l’ira di Dio, l’inferno per non spaventare le persone.
Ci si concentra più sulle opere sociali, che pur siamo importanti, però possono oscurare la predicazione; si enfatizza più l’impatto sociale che la trasformazione spirituale attraverso la Parola di Dio.
In certe chiese l’esperienza personale ha preso il posto della predicazione della Parola di Dio, si mette più enfasi sulle testimonianze che sull’insegnamento Biblico.
Le opinioni personali prevalgono sull’autorità delle Sacre Scritture; l’enfasi cade sul “sentire” più che sul “credere”; la soggettività della persona domina sull’oggettività della Parola di Dio.
Infine, il relativismo dottrinale è un grande pericolo, perché si evitano le verità "scomode" della Bibbia; la dottrina viene vista come divisiva; si preferisce un messaggio generico e inclusivo, la tolleranza diventa più importante della verità.
Questo spostamento del focus centrale dalla Parola di Dio ad altro, porta a un indebolimento spirituale della chiesa, alla perdita di profondità Biblica, alla confusione della natura della chiesa, alla superficialità nella vita cristiana, e quindi paradossalmente alla diminuzione dell’impatto sulla società perché non si è più credibili in quanto c’è una perdita di fede autenticità e coerenza con la verità Biblica che riguarda proprio la natura e la missione della chiesa che è diversa dal marketing spirituale!
Quando la chiesa cerca di "vendere" un prodotto religioso, o di fare intrattenimento religioso, anziché proclamare la verità secondo Dio, smette di essere vera chiesa, e perde la peculiarità e l’efficacia del messaggio cristiano!
Non c’è niente e nessuno che possa sostituire l’importanza e la potenza della Parola di Dio!
La filosofia, la scienza, la psicologia, le opinioni umane possono avere la loro utilità, ma solo la Parola di Dio vivente e permanente rigenera (Giacomo 1:18; 1 Pietro 1:23); ci salva (cfr. per esempio Romani 1:16; 10:12-17; 1 Corinzi 1:17-25), libera (Giovanni 8:31-32), santifica (Giovanni 17:17), ci rende completi e ben preparati per ogni opera buona (2 Timoteo 3:16-17),
Le parole di Isaia di molti secoli fa sono attuali e ci fanno riflettere sulla centralità della Parola di Dio, quando dice: “’Alla legge! Alla testimonianza!’ Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui nessuna aurora!” (Isaia 8:20).
Il profeta Isaia invita il popolo a tornare alle fondamenta della loro fede: la legge e la testimonianza, ossia la Parola di Dio rivelata, e non da altre fonti.
In poche parole, Isaia 8:20 sottolinea l’importanza di seguire la Parola di Dio come fonti di verità e guida, indicando che coloro che non lo fanno sono destinati all’oscurità e alla confusione.
Se il popolo non si attiene alla Parola di Dio, non vedrà mai la luce dell’alba, ovvero la speranza e la salvezza. L’oscurità spirituale avvolgerà la loro vita!
La vera fonte di luce per tutti è la Parola di Dio (cfr. per esempio Salmo 119:105), perché Dio stesso è luce! (cfr. per esempio 1 Giovanni 1:5).
John N. Oswalt commenta così Isaia 8:20: “In ogni epoca la Chiesa ha bisogno di ascoltare di nuovo questa parola. Perché a parte la Parola di Dio registrata, qualsiasi luce abbia il cristianesimo non è altro che oscurità”.
Senza la centralità della Parola di Dio, la chiesa è condannata alla notte senza mattino!
CONCLUSIONE
L’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret ci ha fatto vedere principi spirituali importanti che risuonano ancora oggi.
Ci ricorda che la vera spiritualità non disdegna la regolarità del culto comunitario, che la Parola di Dio deve rimanere al centro della vita della chiesa, e che nessun luogo è troppo insignificante per l’opera divina.
In un’epoca in cui molte chiese sono tentate di sostituire la centralità delle Sacre Scritture con intrattenimento e pragmatismo, questo racconto ci richiama all’essenziale: la fedeltà alla Parola di Dio e alla comunità dei credenti.
Come Nazaret fu trasformata dalla presenza di Cristo, così oggi ogni chiesa, per quanto piccola, o apparentemente insignificante, può diventare un luogo di trasformazione attraverso la fedele proclamazione della Parola di Dio e la presenza dello Spirito di Gesù Cristo.