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Bibbia

"La Bibbia, l'intera Bibbia e nient'altro che la Bibbia è la religione della chiesa di Cristo".
C. H. Spurgeon

Colossesi 3:13: Quando qualcuno ti fa male (1)

 Colossesi 3:13: Quando qualcuno ti fa male (1) 
Come dobbiamo reagire quando qualcuno ci fa del male? Come dice questo versetto: con la sopportazione e il perdono. 
Nel contesto di questo versetto vediamo che i cristiani, non sono più quello che erano prima, si sono spogliati del vecchio uomo con le sue opere peccaminose, per rivestire quello nuovo che si va rinnovando giorno dopo giorno in conoscenza a immagine di Colui che lo ha creato.
Allora, i dovrebbero sbarazzarsi delle vecchie abitudini peccaminose come si sbarazzerebbero dei vestiti sporchi. 
Dovrebbero indossare nuove buone abitudini come si indosserebbero di vestiti puliti e freschi, quelli di Dio.
Chi è stato salvato da Gesù Cristo, lo dimostra spiritualmente, moralmente ed eticamente.
Crisostomo, importante Padre della Chiesa primitiva, utilizzò un’analogia dell’Arca di Noè per illustrare la trasformazione cristiana: gli animali uscirono dall'Arca immutati (il corvo restò corvo, la volpe restò volpe, l’istrice mantenne i suoi aculei), mentre chi entra in Gesù Cristo, l’arca della salvezza, ne esce completamente trasformato.
Quando una persona è stata salvata veramente da Gesù Cristo, sperimenta una vera trasformazione, una rigenerazione, una nuova vita con un nuovo modo di vedere, con nuovi desideri e nuovi comportamenti caratterizzati da uno stile di vita che Dio desidera.
La vecchia natura in Adamo è caratterizzata dall’orgoglio, dall’egoismo, dai rancori e così via, la nuova natura in Cristo è caratterizata dall’umiltà, dall’amore e dal perdono (Efesini 4:22–24; Colossesi 3:9–10).
Paolo sta parlando a una chiesa, i cui cristiani provengono da diversi contesti religiosi, sociali, razziali, culturali, ma in Cristo sono uno!
Se siamo veri credenti Cristo è tutto, cioè quello che conta veramente, più importante di qualsiasi cosa, o persona, Colui che ci tiene uniti in un unico corpo e tutte le distinzioni non contano nulla. 
Non solo Cristo è tutto, ma è anche in tutti i credenti, significa che coloro che sono nella nuova creazione hanno Cristo che dimora in ognuno.
Questo significa che dobbiamo rispettare tutti e accogliere tutti senza distinzione.
Non c’è posto per barriere create dall’uomo nella chiesa, poiché Cristo è tutto e in tutti. 
Poiché Cristo dimora in tutti i credenti, tutti sono uguali, Egli abbatte tutte le barriere razziali, religiose, culturali e sociali e trasforma i credenti in un uomo nuovo (Efesini 2:15).
Se “Cristo è tutto e in tutto”, allora nulla può diminuire, o sminuire la posizione di un qualsiasi essere umano in relazione a un altro, o a Dio. 
I cristiani sono eletti di Dio, santi e amati; pertanto, si devono comportare da tali con sentimenti di misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza (Colossesi 3:9-12).
A questo punto, ecco il nostro versetto di oggi: “Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro” (Colossesi 3:13).
E allora come dice John Piper: “Quando Cristo è tutto, è così che vivremo gli uni con gli altri. E le persone sapranno che Cristo è tutto quando ci vedranno vivere in questo modo gli uni con gli altri”.
Così Paolo sta dicendo che coloro si sono spogliati del vecchio uomo e si sono rivestiti del nuovo, per coloro che Cristo è tutto e in tutti, si comporteranno in un certo modo, e questo include anche la sopportazione e il perdono.
La reciproca sopportazione e il reciproco perdono dovrebbero caratterizzare le relazioni reciproche all’interno della chiesa.
Siamo chiamati a:
I SOPPORTARE
“Sopportatevi gli uni gli altri”.
Prima di tutto nel sopportare vediamo:
A) La realtà 
“Sopportatevi gli uni gli altri” è una delle affermazioni più crude e brutalmente oneste che troviamo nella Bibbia sulla vera natura della vita comunitaria di chiesa. 
È un’affermazione che da un duro colpo agli idealisti che pensano alla chiesa come un luogo senza problemi interpersonali, con tutti che vanno sempre d’accordo dove tutti si sentono sempre capiti e accettati.
Ma in questo versetto Paolo ci fa capire che non è sempre così!
È inevitabile che ci siano problemi interpersonali anche tra credenti, che ci siano lamentele, scontri e torti, questo lo vedremo ancora più avanti.
Allora è necessario il sopportarsi se vogliamo tenere la chiesa unita (cfr. per esempio Efesini 4:2-3).
Per il bene della chiesa, a volte devi sopportare persone con cui normalmente non sceglieresti di associarti, ma che Dio ha salvato e frequenta la tua stessa chiesa. 
Come non possiamo scegliere dove nasciamo, così in un certo senso non possiamo scegliere i credenti che vogliamo, cioè le persone che Dio ha voluto salvare! 
Come una famiglia non si sceglie ma si ama, così una comunità non si seleziona ma si costruisce, un giorno di pazienza alla volta.
La vera forza, o una fede matura non sta nel poter scegliere chi avere attorno, ma nell’imparare ad accettare e accogliere chi già c’è!
Puoi certamente cambiare chiesa dove c’è una buona predicazione Biblica, con cari membri di chiesa, ma siccome siamo diversi per varie ragioni, allora è chiaro che abbiamo bisogno di sopportarci.
Ci sono certe chiese locali, come quella primitiva dove erano presenti diverse categorie di persone, che erano considerate diverse e separate l’una dall’altra.
Paolo li elenca al v.11: Greci e Giudei (due gruppi etnici e religiosi), circoncisi e non circoncisi (una distinzione religiosa e culturale), barbari e Sciti (indicavano generalmente persone non greche e considerate incivili), schiavi e liberi (status sociali).
Pertanto, possiamo comprendere quanto fosse necessario sopportarsi a vicenda.
In secondo luogo, nel sopportare consideriamo:
B) La difficoltà 
La difficoltà nel sopportare gli altri è un fenomeno complesso che ha radici sia psicologiche che sociali. 
Diamo uno sguardo ai principali fattori che contribuiscono a questa sfida.
Una difficoltà a sopportare è:
La diversità di prospettive
Ogni persona ha un proprio modo di vedere il mondo basato su esperienze personali, educazione e retroterra culturale.
Queste differenze possono generare incomprensioni e frustrazione.
Un’altra difficoltà è:
Le aspettative disattese
Spesso ci aspettiamo che gli altri seguano i nostri standard, provocando irritazione quando non lo fanno.
Poi c’è:
Il contesto sociale
L’individualismo moderno e la tecnologia che permette di "eliminare" facilmente ciò che non ci piace hanno indebolito la nostra capacità di gestire le differenze.
E ancora:
• Il fattore neurologico
Il nostro cervello rileva differenze e potenziali minacce, rendendoci ipersensibili a comportamenti altrui percepiti come diversi.
Un’altra difficoltà è:
• L’impatto dello stress
Lo stress quotidiano riduce significativamente la nostra tolleranza verso comportamenti fastidiosi.
Un’altra difficoltà è: 
• L’effetto psicologico del rancore
Mantenere emozioni negative è come “bere veleno sperando che faccia male all’altro", con conseguenze negative su salute mentale e fisica.
L’elenco della difficoltà continua:
• Il meccanismo della proiezione
Spesso ciò che ci infastidisce negli altri riflette aspetti di noi stessi che non abbiamo ancora accettati.
Infine:
• La mancanza di consapevolezza ed empatia
Comprendere che ognuno ha la propria storia e le proprie ragioni può sviluppare maggiore tolleranza verso gli altri.
A tutto questo si aggiunge anche che la nostra vecchia natura umana, quella peccaminosa è ancora con noi (vv.9-10), ed è la natura egoista e orgogliosa che vuole primeggiare, essere servito e non servire!
C) La volontà 
“Sopportatevi” (anechomenoi – presente medio participio) richiede uno sforzo di volontà, indica che sempre siamo chiamati a resistere a qualcosa, deve essere un’attitudine costante, non un’azione occasionale. 
È un invito a un esercizio continuo di pazienza e tolleranza nelle relazioni comunitarie (cfr. per esempio Matteo 17:17; Marco 9:19; Luca 9:41; 1 Corinzi 4:12; 2 Corinzi 11:1; Efesini 4:2; 2 Tessalonicesi 1:4).
La sopportazione porta il senso di tolleranza (cfr. per esempio Matteo 17:17; Marco 9:19; Luca 9:41; 2 Corinzi 11:4,19- 20), di perseveranza, pazienza (cfr. per esempio 1 Corinzi 4:12; Efesini 4:22 Tessalonicesi 1:4) reciproca per qualcosa di spiacevole, o difficile, come difetti, ingiurie, debolezze, sconsideratezze.
“Sopportare gli altri implica accettarli pienamente per quello che sono, con le loro debolezze e i loro difetti, e concedere loro valore e spazio” (Andrew T. Lincoln).
L'accettazione consapevole delle imperfezioni altrui, riconoscendo che tutti abbiamo qualcosa che gli altri devono sopportare, infatti Paolo dice: “Gli uni gli altri” (allḗlōn), cioè reciprocamente.
Allora Phillips Brooks ha ragione quando dice: “Sopporta i difetti degli altri come vorresti che gli altri sopportassero i tuoi”.
È necessario per tutti sopportare peccati e colpe, difetti e debolezze, superficialità e offese, scocciature e pretese, pettegolezzi e invadenze, antipatie e pregiudizi, risentimenti e irritazioni, fino ad arrivare a cattiverie vere e proprie volute.
Quindi, “sopportare gli altri” è essere tolleranti e pazienti anche quando falliscono, o agiscono in modo diverso da quanto ci si aspetta; significa essere disposti a convivere con le diversità accettando gli altri così come sono!
L’essenza del messaggio è rivoluzionaria nella sua semplicità: non possiamo aspettarci che gli altri cambino per noi, ma possiamo scegliere di cambiare il nostro atteggiamento verso di loro. 
La sopportazione non è debolezza, è uno degli atti più coraggiosi che possiamo compiere; richiede una forte volontà di vedere oltre.
La vera misura del nostro amore non è quanto ci piace qualcuno, ma quanto siamo disposti a sopportarlo.
La sopportazione è la misura del nostro amore per Dio e per chi sopportiamo!
Pietro ci ricorda che l’amore copre una grande quantità di peccati (1 Pietro 4:8).
Quando scegliamo di sopportare i peccati degli altri, stiamo mettendo in pratica questo principio fondamentale dell’amore cristiano, un principio divino (cfr. per esempio Efesini 4:31-5:2)
In quarto luogo nel sopportare gli altri c’è:
D) L’utilità
L’utilità la vediamo nella:
(1) Ricchezza dei difetti
Dio ci ha messo in un contesto dove attraverso gli uni gli altri possiamo crescere insieme, usando anche i difetti!
È come quando un pezzo di legno grezzo viene levigato. All’inizio è ruvido e pieno di schegge, ma dopo essere stato strofinato con carta vetrata, diventa liscio e bello.
Le persone difficili, che ci danno fastidio, o ci feriscono sono un po’ come quella carta vetrata nella nostra vita. 
Quando qualcuno ci irrita:
Ci fa vedere i nostri difetti che non notiamo da soli.
Ci mostra pregiudizi che non sapevamo di avere.
Ci insegna ad essere più pazienti.
Ci aiuta a imparare ad amare anche chi non è facile da amare.
Questo è importante perché l’amore vero non ama solo le persone simpatiche. L’amore vero, quello che Dio ci mostra, ama anche chi è difficile da amare.
La prossima volta che qualcuno vi dà fastidio, o ti fa arrabbiare, invece di pensare: “Perché questa persona è nella mia vita?”, provate a chiedervi: “Cosa sta cercando di insegnarmi Dio attraverso questa persona?”
Magari quella persona che vi dà tanto fastidio è proprio il regalo che Dio vi ha mandato per aiutarvi a diventare più simili a Gesù.
Dio, attraverso gli altri smussa i nostri spigoli, rivela i nostri pregiudizi e ci insegna ad amare incondizionatamente. 
È nel crogiolo delle relazioni difficili che il nostro carattere viene maggiormente raffinato.
L’utilità la vediamo nella:
(2) Ricchezza della diversità
L’esortazione di Paolo a “sopportarvi gli uni gli altri” ci ricorda che le nostre differenze non sono destinate a dividerci, ma ad arricchire la comunità. 
Proprio come un giardiniere coltiva una varietà di piante, Dio fa crescere la Sua chiesa attraverso una diversità di personalità ed esperienze. 
Scegliendo di abbracciare le nostre differenze, non solo rafforziamo i nostri legami reciproci, ma approfondiamo anche la nostra crescita spirituale.
La sopportazione diventa così non un peso da sopportare, ma un'opportunità di crescita personale e comunitaria.
Dio ci mette proprie quelle persone accanto per farci crescere sia con i loro pregi che con i loro difetti!
Dio utilizza proprio le persone che ci risultano più difficili da sopportare come strumenti per la nostra crescita spirituale. I loro difetti, che tanto ci irritano, diventano paradossalmente opportunità di crescita nella pazienza, nell'umiltà e nell'amore cristiano.
Allora in questo momento ringrazia Dio per tutti membri della chiesa, anche quello che fino a oggi non sopporti!
Perché è un dono di Dio per la tua crescita spirituale!
Non solo dobbiamo "sopportarci a vicenda", dobbiamo anche perdonarci a vicenda. Vediamo allora che siamo chiamati a:
II PERDONARE
“E perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro”.
Nel perdonare vediamo prima di tutto:
A) La prontezza 
Come “sopportatevi”, “perdonatevi” (charizomenoi – presente medio participio) indica un’azione da fare sempre, ogni giorno, indicano azioni continue e permanenti.
“Perdonare gli altri” non è un evento una tantum, ma un processo continuo che è inseparabile dalla ricerca del perdono per le nostre azioni davanti a Dio e agli altri!
Il presente del verbo rende chiaro che questo perdono deve essere incessante, instancabile come ha insegnato Gesù, quando disse fino a “settanta volte sette” (Matteo 18:22).
Pertanto, possiamo dire insieme a Martin Luther King Jr.: “Il perdono non è un atto occasionale, è un atteggiamento”; evidentemente un atteggiamento che dobbiamo sempre avere!
Uno dei grandi esempi biblici di cosa fare quando le persone ci fanno del male si trova nella vita di Giuseppe. 
Da ragazzo Giuseppe era così odiato e disprezzato dai suoi fratelli che lo vendettero come schiavo a certi mercanti Ismaeliti e portato in Egitto (Genesi 37:25-28). 
Ne passa di tutti i colori: accusato ingiustamente dalla moglie di Potifar, ufficiale del faraone, è imprigionato per due anni (Genesi 39:1-20-41:1-49).
Per grazia di Dio, una volta uscito diventa un uomo potente, diventa viceré d’Egitto, poteva vendicarsi di chi lo ha fatto arrestare ingiustamente, ma non lo fa!
In Giuseppe non c’era amarezza, o vendetta nel suo cuore.
A causa di una carestia i suoi fratelli vanno in cerca di aiuto proprio in Egitto, ma non sanno che Giuseppe è ancora vivo.
Dopo che si fa riconoscere da loro e dopo la morte del padre, i fratelli temono che Giuseppe si possa vendicare.
Ma cosa fa Giuseppe? Li perdona e farà loro del bene.
In Genesi 50:19-21 leggiamo: “Giuseppe disse loro: ‘Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli’. Così li confortò e parlò al loro cuore”.
Dio aveva mandato Giuseppe in Egitto perché aveva il piano di salvare quello che poi sarebbe stato il popolo d’Israele, dalla carestia, quindi dalla morte!
A nessuno di noi piace soffrire, questo vale anche per la cattiveria degli altri, soprattutto da coloro che ci sono vicini!
Ma ogni sofferenza ha uno scopo nei piani di Dio, anche se non sempre lo comprendiamo subito (cfr. per esempio Giovanni 13:7; Romani 8:28). 
Concentrarsi su questo scopo aiuta a superare il dolore e a trovare un nuovo significato nella vita.
Giuseppe non si concentrò sul dolore; si concentrò sullo scopo del dolore.
Giuseppe capì che Dio ha un buon scopo per ogni dolore e ferita che ci permette di sopportare. 
Come Giuseppe, anche noi dobbiamo imparare a essere buoni amministratori del nostro dolore sapendo che c’è un piano di Dio anche quando le persone ci fanno del male, e siamo chiamati a perdonarli e a fargli del bene.
Giuseppe ha fatto quello che dice Gesù in Luca 6:27-28:” Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano”.
Il perdono è:
B) Il profumo di grazia 
Mark Twain disse: “Il perdono è la fragranza che il fiore lascia sul tallone di chi lo ha schiacciato”.
Ma molti, come accade spesso, reagiscono ai torti subiti, come se schiacciassero i rifiuti organici dei cani e non come un fiore che si schiaccia!
“Perdonatevi” (charizomenoi) non è la parola comune per remissione, o perdono (per esempio aphiēmi – cfr. per esempio Matteo 6:12; Marco 2:5; 1 Giovanni 1:9), ma è una parola che sottolinea la natura della grazia del perdono, infatti la parola greca qui in Colossesi 3:13, viene dalla parola “grazia” (cháris).
“Perdonatevi” allora è “concedere grazia”, trasmette l’idea che perdonare gli altri è un atto di grazia, offerto liberamente, che non è meritato.
La parola “perdonatevi” significa perdonare qualcuno in base alla buona, libera e premurosa volontà di grazia che si ha verso una persona come quella che ha Dio per noi (cfr. per esempio Romani 8:32; 1 Corinzi 2:12; Galati 3:18).
“Perdonatevi” è dare generosamente, mostrare grazia e gentilezza, mostrare completamente clemenza superando i torti, le offese subite (cfr. per esempio 2 Corinzi 2:7,10; 12:13; Efesini 4:32; Colossesi 2:13).
Luca riporta le parole di Gesù nel senso di condonare i debiti (Luca 7:42-43).
Il perdono indica la misura del nostro amore per le persone (Proverbi 10:12; 17:9; 1 Corinzi 13:5-7; 1 Pietro 4:8), anche verso coloro che non ci amano (cfr. per esempio Matteo 5:38-47).
È il perdono che è tenero, premuroso, tollerante, immediato e genuino, include il non cedere al risentimento e il non vendicarsi. 
Il perdono non si vendica! (cfr. per esempio Romani 12:17-21; 1 Tessalonicesi 5:15; 1 Pietro 2:21-23).
Il perdono non significa dimenticare ciò che ci hanno fatto, ma significa che rinunciamo al diritto di vendicarci; è un processo intenzionale e libero a non restituire un torto per un torto, ma piuttosto di rispondere in modo amorevole, o benevolo a chi ci ha inflitto un danno, o un’offesa.
Adam Copenhaver e Jeffrey D. Arthurs commentano così: “Perdonare significa che scegliamo di non trattare gli altri in base alle loro offese. Non significa che dimentichiamo che l’offesa è avvenuta, o che la sminuiamo come se non fosse un grosso problema, o che minimizziamo la necessità di pentimento da parte dell’offensore, o che ignoriamo ciecamente le conseguenze dell’offesa, comprese le conseguenze di una relazione e di una fiducia rotte. Ma perdonare significa che mettiamo da parte il nostro diritto di esigere giustizia e il nostro desiderio di punizione, affidiamo la vendetta al Signore, che conosce l’offesa, e ci impegniamo ad amare coloro che ci hanno offeso, non da ultimo pregando per loro e cercando di benedirli (vedere Matteo 5:44)”.

Secondo Jay Adams il perdono è un impegno, o una promessa di fare tre cose: 1) in futuro non ritorcerò l’episodio contro chi mi ha fatto un torto; 2) non ne parlerò con gli altri; 3) non mi soffermerò su quanto è avvenuto.
Non stiamo dicendo che è una cosa facile! 
Dobbiamo tutti ammettere che il perdono non arriva facilmente, nemmeno come cristiani!
Spesso non perdoniamo così rapidamente, o così gentilmente come dovremmo. Siamo tutti troppo inclini a covare offese e a trattenere il perdono.
Che perdonare sia difficile ce lo fa capire anche C. S. Lewis: “Tutti dicono che il perdono è un bellissimo concetto, finché non hai qualcosa da perdonare, come noi durante la guerra”.
Questa è una frase scritta da C.S. Lewis nel libro: “Il cristianesimo così com’è, durante la Seconda guerra mondiale. Quando gli fu chiesto se il comando di perdonare si applicasse anche ai tedeschi, Lewis rispose con onestà: "Me lo chiedo anch’io, e molto... Ma non mi propongo di dirvi cosa potrei fare io. Sto cercando di dirvi che cos’è il cristianesimo. Non l’ho inventato io. E al centro del cristianesimo trovo questa frase: 'Perdonaci i nostri peccati come noi perdoniamo a coloro che peccano contro di noi’”.
Perdonare è difficile, ma non è impossibile! È il cuore del cristianesimo!
Se non perdoniamo è come togliere il cuore, la vita al cristianesimo! 
Alexander Pope disse: “Errare è umano, perdonare è divino”.
Il perdono è certamente un’espressione del carattere divino, ma è una caratteristica di coloro che hanno conosciuto il perdono di Dio in Cristo; infatti, Paolo dice di perdonare come ha fatto il Signore con noi.
Inoltre, il cristiano è unito spiritualmente a Cristo (cfr. per esempio Romani 6:1-14), e quindi sono nuove persone (cfr. per esempio Colossesi 3:13) con la potenza (cfr. per esempio Filippesi 4:13) di perdonare le peggio cose! 
Questo ci rende diversi dal resto della società che dice che non dobbiamo perdonare!
Il mondo ti dice: “Fatti rispettare!”
                        “Non dimenticare mai chi ti ha fatto del male”.
                        “Solo Dio perdona”.
                        “Chi perdona è debole".
                        “Se perdoni, penserà di poterlo fare di nuovo".
                        “Se perdoni se ne approfittano”.
                        “Il perdono deve essere meritato”.
Gesù disse:” Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano.  A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l'altra; e a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica.  Da' a chiunque ti chiede; e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare.  E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro. Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano.  E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso.  E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.  Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi.  Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6:27-36).
Quando il missionario Alexander Duff nel 1800 lesse per la prima volta ad alcuni giovani bramini, una casta sacerdotale della scuola governativa l’esortazione: "Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano", uno dei bramini gridò di gioia: ‘Bello! Bello! Questo deve essere venuto dal vero Dio. Mi è stato detto di amare coloro che mi amano, e non sempre l'ho fatto; ma amare i miei nemici è un pensiero divino’”. 
Quel giovane divenne cristiano sotto l’influenza di questo comandamento. 
Se crediamo veramente anche noi a questa esortazione, dobbiamo amare e perdonare veramente chi ci ha fatto anche dei gravi torti!
Umanamente parlando non è facile perdonare chi ti ha fatto del male, ma per quelle persone che hanno sperimentato il perdono della grazia di Dio in Cristo, lo faranno!
David W. Pao scrive: “Qui Paolo esorta i credenti a rispondere a questo atto divino di grazia con simili atti di perdono. Tali atti non appartengono semplicemente al regno dell’etica umana; più significativamente, essi indicano la volontà di essere convinti che l’atto precedente di Dio è davvero in grado di liberarci per praticare tale grazia”.
 
Coloro che sono veramente uniti a Gesù perdoneranno come riflesso del perdono di Gesù nei loro confronti.
Chi ha sperimentato la grazia di Dio in Cristo, la manifesta gli altri anche a coloro che gli hanno fatto dei torti gravi!
“Perdonandoci a vicenda" implica la volontà di estendere la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo a coloro che ci feriscono o ci offendono (Efesini 4:32).
Il vero perdono è incondizionato contrapposto alle tendenze umane a serbare rancore, o a offrire un perdono a metà. 
Chiunque può serbare rancore, ma il segno distintivo dei cristiani è che non lo fanno. Perdonano comunque!
Paolo parla di:
C) Probabilità praticare il perdono
“E perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro”.
Riguardo “a vicenda” (gli uni gli altri – heautois – pronome plurale) James Dunn scrive: “L'implicazione di ‘perdonarci a vicenda’ è che non ci saranno poche occasioni in cui tale perdono sarà richiesto, che tutti i membri saranno in la situazione di dover perdonare, o di aver bisogno di perdono in un momento o nell’altro, e che in molte occasioni ci sarà la colpa da entrambe le parti”.
Questo è confermato anche da: “Se uno ha di che dolersi di un altro”.
“Se” significa che questa è una probabilità, o una possibilità; ci si può aspettare che accada, perché non siamo perfetti, e quindi le relazioni umane sono imperfette e i conflitti sono inevitabili, questo non solo a Colosse, ma in ogni dove, in qualsiasi altra chiesa, è una probabilità universale.
Tuttavia, la risposta cristiana a questo tipo di problemi non è la vendetta, ma il perdono.
Paolo riconosce francamente che nella comunità cristiana ci saranno momenti in cui una persona avrà un risentimento, un “motivo di lamentela”, contro qualcun altro all’interno della comunità. 
“Dolersi” (momphēn) significa motivo di offesa, o di reclamo; o di lamentela, o di risentimento; in particolare se si attribuisce una colpa; quindi, il riferimento è a un legittimo risentimento dovuta a un’offesa e non a un semplice disaccordo.
"Se uno ha di che dolersi di un altro", riconosce la realtà delle offese e dei torti nelle relazioni umane, non vengono minimizzati il dolore o il danno subito, ma propone una via per superarlo: il perdono!
Paolo dice: "Nel momento in cui hai un motivo per lamentarti a causa di un’offesa, perdona!”
Infine, vediamo il:
D) Prodotto del perdono
Non è mai morto nessuno di perdono, fa bene a chi lo riceve, è un atto d’amore che libera sia chi lo riceve, ma è anche:
(1) Un bene per la comunità
Come diceva Thomas Fuller: “Chi non riesce a perdonare gli altri distrugge il ponte su cui lui stesso deve passare; perché ogni uomo ha bisogno di essere perdonato”.
Tutti sbagliamo e tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, il perdono è il ponte che ci collega agli altri, se non perdoniamo distruggiamo quel ponte sul quale anche noi dobbiamo passare!
Il perdono offerto e accettato come la sopportazione tiene unita la chiesa per la sua crescita (cfr. per esempio Efesini 4:1-16), la tiene unita.
James Dunn scrive: “Una comunità ha speranza di restare unita e crescere unita solo quando il bisogno di perdono è riconosciuto da entrambe le parti in cui è stata commessa la colpa e solo quando il perdono è sia offerto che ricevuto (da qui Matteo 18:21–22/Luca 17:4)”.
(2) Il perdono fa bene soprattutto a chi lo accoglie
Perdonare non è solo di benedizione per l’altro e quindi per la comunità, ma anche per se stessi, cioè per coloro che hanno ricevuto il torto!
Le ferite del passato, se non affrontate attraverso il perdono, continuano a influenzare negativamente la nostra vita presente rattristandoci e la vita futura incatenandoci.
Allora è necessario perdonare se vogliamo essere liberi, infatti perdonare non solo libera chi lo riceve, ma anche chi lo concede. 
Lewis B. Smedes disse: “Perdonare significa liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu”.
Quando perdoniamo, lasciamo andare la nostra amarezza, il dolore e l’orgoglio. 
Chi non riesce a perdonare è prigioniero di chi gli ha fatto del male, lo pensa sempre, è prigioniero dei propri rancori, della propria amarezza, della sete di vendetta!
Il dottor S.I. McMillen scriveva: “Nel momento in cui inizio a odiare un uomo, divento suo schiavo. Non riesco più a trarre piacere del mio lavoro perché egli controlla i miei pensieri. Il risentimento che provo scatena troppi ormoni dello stress nel mio organismo e dopo poche ore di lavoro sono già stanco. Così il lavoro che prima mi soddisfava ora mi pesa; persino le vacanze smettono di darmi piacere. L’uomo che odio mi insegue ovunque io vada. Non riesco a sottrarmi alla morsa tirannica che esercita sulla mia mente. Quando il cameriere mi serve una bistecca di manzo scelto con patatine fritte, asparagi, insalata fresca e un trotino di fragole affogato nel gelato, potrei avere davanti a me acqua e pane raffermo, e sarebbe lo stesso. L’uomo che odio può essere mille miglia di distanza dalla mia camera da letto; ma egli, più crudele di qualsiasi negriero, eccita talmente i miei pensieri da scatenare una frenesia che fa del mio materasso a mole una ruota della tortura. Io, in realtà, devo riconoscere che sono schiavo di ogni uomo sul quale io riversi la fiala della mia collera”.
Se state odiando qualcuno. O se lo avete fatto, sapete di cosa sta parlando McMillen!
Se volete essere liberi da chi ti ha fatto del male, se volete essere felici, se volete essere sollevati, o avere pace, quindi da questo logoramento costante, allora devi perdonare!
Bob Phillips a riguardo scrive: “Non sarete felici né avrete pace finché non lo farete. So per esperienza personale che la gente è pronta a tutto fuorché perdonare. È disposta a spendere migliaia di dollari in ricette mediche e a prendere chili di pastiglie, legge un libro dopo l’altro alla ricerca di una risposta ai dolori dell’esistenza, arriva persino a comportarsi in modo folle. Insomma, si fa di tutto fuorché perdonare”.
Un credente maturo nella fede sopporta e perdona, evitando amarezza e rappresaglie, promuovendo un atteggiamento pacifico e indulgente verso gli altri.
CONCLUSIONE
La sopportazione e il perdono sono vitali in una comunità!
Basta un solo conflitto per minare seriamente l’unità di una chiesa locale. 
Quando Gesù pregò per i suoi discepoli in Giovanni 17, la sua grande preoccupazione era l’unità. 
Questa unità testimonia al mondo la potenza trasformante di Cristo.
Quando sopportiamo e perdoniamo, non stiamo semplicemente seguendo regole morali, stiamo vivendo la nuova vita che abbiamo in Cristo.
Se veramente crediamo che “Cristo è tutto e in tutti”, allora vedremo ogni membro della comunità come qualcuno in cui Cristo dimora, cambiando così il modo in cui rispondiamo alle offese.
La bellezza di una comunità cristiana non sta nella perfezione dei suoi membri, ma nella loro capacità di amarsi nonostante le imperfezioni. 
Ora pensa un attimo a chi devi perdonare, o sopportare, poi fai un passo concreto in quella direzione, ricordando che ogni atto di perdono e sopportazione è un riflesso di Cristo in noi.
Che possiamo essere una comunità dove la sopportazione e il perdono non sono l’eccezione, ma la norma. 
Conosciuti non per la nostra perfezione, ma per il nostro amore gli uni per gli altri, affinché attraverso questo amore, il mondo possa conoscere Cristo nostro Signore.


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